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Sanremo 2026, Dargen D’Amico e Pupo: il vero significato della cover di Su Di Noi

di Redazione web

	L'esibizione a Sanremo
L'esibizione a Sanremo

Sul palco insieme a Fabrizio Bosso hanno lanciato un vero e proprio messaggio politico di pace riprendendo la versione italiana di Le Déserteur

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Nel suo passaggio al Festival, Dargen d’Amico ha scelto di intrecciare musica e memoria, trasformando la performance nella serata cover – con Pupo e Fabrizio Bosso –  in un gesto politico e culturale. Al centro, un riferimento che non passa inosservato: la versione italiana di Le Déserteur, uno dei brani pacifisti più incisivi del Novecento. La canzone fu scritta da Boris Vian nel 1954, in un’Europa ancora ferita dai conflitti e mentre la Francia viveva la disfatta di Dien Bien Phu, episodio che segnò la fine della guerra d’Indocina. La prima interpretazione ufficiale fu affidata a Marcel Mouloudji, che diede voce a una lettera immaginaria indirizzata al presidente della Repubblica: dodici strofe in rima in cui un uomo rifiuta di prendere parte alla violenza, dichiarando di non voler diventare complice di un’altra spirale di morte dopo aver già perso tutto. Fin dalla sua nascita, Le Déserteur è stata una canzone scomoda, spesso censurata, ma proprio per questo adottata da movimenti clandestini, attivisti e oppositori di ogni epoca. È un inno alla disobbedienza civile, un richiamo alla responsabilità individuale davanti alla guerra. Non sorprende che Dargen l’abbia scelta: il pacifismo, la difesa dei diritti fondamentali e la denuncia delle ingiustizie sociali sono temi che attraversano da sempre la sua produzione artistica.

L’inserto di “Gam Gam”: un altro livello di memoria

C’è però un dettaglio meno immediato, ma altrettanto significativo. Nella sua reinterpretazione, Dargen ha inserito anche un frammento di Gam Gam, brano nato dalla creatività di Elie Botbol, psichiatra e musicista che alla fine degli anni Settanta fondò a Parigi la corale giovanile “Les Chévatim”, ispirata alle dodici tribù d’Israele. La canzone, composta negli anni Ottanta per quel gruppo di ragazzi, divenne nota al grande pubblico grazie alla colonna sonora del film di Roberto Faenza Jona che visse nella balena (1993), impreziosita dalle musiche di Ennio Morricone. Il testo riprende il quarto versetto del Salmo 23, “Il Signore è il mio pastore”, e nel tempo è diventato un canto simbolo della memoria della Shoah. Inserirlo oggi, in un contesto segnato da nuovi conflitti e tensioni globali, suona come un invito a non distogliere lo sguardo. Non è la prima volta che Dargen usa il palco dell’Ariston per lanciare un messaggio: già nel 2024 aveva chiesto un cessate il fuoco a Gaza.

Le parole finali: Chaplin e Papa Francesco

La performance si è chiusa con due citazioni che amplificano il senso dell’intero intervento. La prima arriva dal discorso finale de Il Dittatore di Charlie Chaplin, un appello universale alla responsabilità collettiva: “Ora devi parlare, è la nostra sola speranza”. La seconda è di Papa Francesco: “Ci vuole buona volontà. Non rassegniamoci alla guerra”. Due voci lontane nel tempo e nello stile, ma unite dalla stessa urgenza morale.

Il festival
Il festival

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di Tommaso Silvi e Luca Barbieri