Dazi Usa sul vino, duro colpo per i produttori toscani: dal Chianti a Montepulciano «rafforziamo la presenza in nuovi mercati»
L’imposizione dell’onero del 20% rischia di danneggiare gravemente l’export della regione. I consorzi chiedono un intervento urgente dell’Ue e del governo italiano per proteggere il settore anche puntando sull’accordo con il Mercosur
Dopo la stangata dell'amministrazione Trump sui beni importati in America, trema il mondo dei produttori di vino in Toscana. L'applicazione del 20% di dazi spinge i consorzi ad appellarsi al governo e all'Ue affinché si muovano a protezione dell'export.
Consorzio vino Chianti
«Prendiamo atto con rammarico della decisione del presidente degli Stati Uniti sui dazi, ma non possiamo permetterci di restare fermi - afferma il presidente del consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi - è il momento di rafforzare la nostra presenza in nuovi mercati, a partire dal Sud America, dove l'accordo con il Mercosur può aprire grandi opportunità per il nostro vino. Allo stesso tempo, dobbiamo investire in Asia e iniziare a promuoverci in Africa e India per diversificare le nostre esportazioni e ridurre la dipendenza dagli Usa». Secondo Busi l'accordo di libero scambio fra Ue e Mercosur «deve diventare una priorità assoluta». Un trattato da rendere operativo in tempi rapidi. Il consorzio Vino Chianti lancia un invito pressante: «Le istituzioni Ue devono muoversi con decisione per aprire nuove vie all'export del vino italiano. Se i dazi impongono un cambio di rotta, allora dobbiamo sfruttare al meglio le alternative a nostra disposizione».
Consorzio Brunello di Montalcino
Di colpo duro per le produzioni europee parla anche il presidente del consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci: «Queste misure avranno un effetto ad ampio spettro dove non solo il vino rischia di diventare un bene voluttuario sempre più inaccessibile per i consumatori, ma allo stesso tempo andranno a colpire settori cruciali anche per la nostra economia locale come l'enoturismo - avverte - ci appelliamo alle istituzioni e alle diplomazie europee affinché riescano a trovare un accordo con gli Usa per scongiurare una penalizzazione che colpirebbe in maniera inesorabile tutte le imprese».
Vino nobile di Montepulciano
«Adesso che i dazi sono realtà occorre valutare con razionalità i reali impatti che subiranno i nostri prodotti». Commenta così a caldo la manovra di Trump il presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, Andrea Rossi, che nei giorni scorsi aveva firmato una lettera indirizzata ai tre ministri italiani (Lollobrigida, Tajani e Urso) in cui chiedeva attenzione al pericolo di queste misure. «Scongiurata la iniziale minaccia del 200%, certo questa manovra avrà ripercussioni anche sul vino italiano e sul Vino Nobile di Montepulciano che a oggi su una totalità di circa 10 milioni di bottiglie annue, esporta nel mercato americano il 35%», continua Rossi. «Siamo sempre più convinti che sia necessario avviare un dialogo costruttivo con le controparti americane per tutelare il nostro settore che rappresenta non solo un'eccellenza del made in Italy ma anche una componente essenziale della nostra economia - conclude Andrea Rossi - per questo ribadiamo l'importanza di accelerare la ratifica di accordo di libero scambio attraverso il Mercosur, al momento bloccato, e di eventuali altri accordi internazionali, oltre anche alla necessità di semplificare l'utilizzo di fondi Ocm ormai ingessati dal forte peso burocratico richiesto».
Quanto “pesano” i dazi
«Con i sanguinosi dazi americani al 20% il mercato dovrà tagliare i propri ricavi di 323 milioni di euro all’anno, pena l’uscita dal mercato per buona parte delle nostre produzioni». Il conto imposto da Trump è davvero salato per i produttori del vino e Lamberto Frescobaldi, presidente dei Unione italiana vini (Uiv) traccia il quadro della situazione. «Uiv è convinta della necessità di fare un patto tra le nostre imprese e gli alleati commerciali d’oltreoceano che più di noi traggono profitto dai vini importati – dichiara – serve condividere l’onere dell’extra-costo ed evitare di riversarlo sui consumatori». Uno dei rischi, secondo Frescobaldi, è che «si ingeneri un gioco al rialzo davvero esiziale tra l’amministrazione americana e quella europea: l’accoglimento in sede Ue della proposta del ministro degli Esteri Tajani di escludere gli alcolici, e quindi il vino, da eventuali dispute sarà fondamentale». Secondo un’analisi dell’Osservatorio Uiv dunque, l’unica soluzione è infatti da ricercare lungo la filiera, con il mercato - dalla produzione fino a importatori e distributori - che dovrebbe farsi carico di un taglio dei propri ricavi per un valore pari a 323 milioni di euro (su un totale di 1,94 miliardi) e mantenere così gli attuali assetti di pricing.
Il mercato del vino Usa e la “zona rossa”
Secondo Uiv, ben il 76% delle 480 milioni di bottiglie tricolori spedite lo scorso anno verso gli Stati Uniti si trova in “zona rossa” con una esposizione sul totale delle spedizioni superiore al 20%. Aree enologiche con picchi assoluti per il Moscato d’Asti (60%), il Pinot grigio (48%), il Chianti Classico (46%), i rossi toscani Dop al 35%, i piemontesi al 31%, così come il Brunello di Montalcino, per chiudere con il Prosecco al 27% e il Lambrusco. In totale sono 364 milioni di bottiglie, per un valore di oltre 1.3 miliardi di euro, ovvero il 70% dell’export italiano verso gli Stati Uniti. Per il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti: «Rispetto ai partner europei, l’Italia presenta due principali fattori di rischio: da una parte la maggiore esposizione netta sul mercato statunitense, pari al 24% del valore totale dell’export contro il 20% della Francia e l’11% della Spagna. Dall’altra, una lista di prodotti più sensibili su questo mercato, sia in termini di esposizione, che di prezzo medio a scaffale: solo il 2% delle bottiglie tricolori vendute in America vanta un price point da vino di lusso, mentre l’80% si concentra nelle fasce “popular”, che tradotto in prezzo/partenza significa in media poco più di 4 euro al litro».
- IL COMMENTO – Dazi di Trump, così sconvolge l’economia mondiale. Almeno che… di Alessandro Volpi