Soldi e novità
Prato, il sistema “chiudi e riapri” non è una specialità esclusiva di certi imprenditori cinesi
Il sindacato Sudd Cobas ha scoperto che i titolari dell’Alba di Montemurlo hanno tentato di riaprire a Oste dopo aver lasciato senza lavoro 18 operai. E il tavolo in Provincia coi committenti non decolla
MONTEMURLO. Il sistema “chiudi e riapri” non è una specialità esclusiva di alcuni imprenditori cinesi senza scrupoli ma ormai ha fatto proseliti anche oltre i confini della comunità orientale, come dimostra quello che sta accadendo a Montemurlo.
Stamattina, 4 febbraio, il sindacato Sudd Cobas ha scoperto che i titolari della confezione-stireria L’Alba, gestita da una famiglia albanese e attiva fino alla metà di settembre in via delle Lame, dove un operaio fu picchiato nel piazzale durante un presidio di protesta, hanno tentato di riaprire con un altro nome (Noa Group) in un capannone di via Pomeria, nell’abitato di Oste, ed è scattato un nuovo presidio davanti all’ingresso, col successivo intervento della polizia municipale.
La vertenza simbolo
Quella dell’Alba doveva essere una vertenza simbolo perché ha l’obbiettivo di coinvolgere i committenti nella soluzione di un male atavico: l’affidamento delle commesse ad aziende che sfruttano i lavoratori, senza curarsi delle condizioni in cui il lavoro viene fatto. Tema di stretta attualità dopo la recente decisione del Tribunale di commissariare la società Piazza Italia di Nola che ha dato commesse a un paio di aziende cinesi di Prato che, appunto, sfruttavano i lavoratori.
Ma ora la vertenza Alba rischia di trasformarsi nel simbolo di un’altra cosa, cioè la difficoltà a ottenere quel risultato. Da mesi va avanti stancamente in Provincia un tavolo di confronto al quale il Sudd Cobas è riuscito a trascinare i marchi dei committenti, tra cui Patrizia Pepe e Dixie, ma nonostante ci sia un imprenditore che pare disposto ad aprire una nuova società, ad assumere i 18 operai senza stipendio da agosto e a prendere le commesse che aveva l’Alba, il tavolo non quaglia, di rinvio in rinvio.
Chiudi e riapri
Nel frattempo, come detto, si scopre che i titolari dell’azienda di via delle Lame, che hanno anche la disponibilità di un capannone in via Lecce e hanno aperto uno show room in via Marsala, provano a riaprire coi lavoratori non sindacalizzati, presumibilmente alle stesse condizioni di prima.
Alla polizia municipale, arrivata a controllare se ci fossero tutti i permessi, hanno detto che la società attualmente non ha dipendenti, ma i sindacalisti dicono di averne visti tre al lavoro, poi scappati.
Nel capannone sono stati trasferiti i macchinari dell’Alba e sulle linee di produzione sono appesi centinaia di capi di abbigliamento, pronti per essere consegnati ai clienti. Tra questi, i sindacalisti del Sudd Cobas hanno visto i cartellini di Greyven, la società americana che fu costretta ad annullare una sfilata a New York quando gli operai bloccarono la merce in via delle Lame, la Dua (che è un marchio della stessa Alba), e poi Daniel & Mayer, Privilege, Paletot (gli ultimi tre sono nuovi clienti).
Insomma, nonostante tutto il clamore nato intorno alla vicenda, sembra che gli affari non vadano poi tanto male per gli ex titolari dell’Alba, anche se una donna presente sul posto nega di conoscerli e rimanda alla nuova “titolare”, che altri non è se non la vecchia capo-reparto di via delle Lame.
L’intervento del Comune
Nel pomeriggio il Comune di Montemurlo ha fatto sapere che l’attività della stireria era già stata controllata nei mesi scorsi e ne era stata accertata l’illegittimità. Stesso esito dei controlli effettuati oggi. «Ho disposto un provvedimento di immediata cessazione dell’attività – ha detto il sindaco Simone Calamai – In quell’immobile produttivo, in base alla nostra pianificazione urbanistica, trattandosi di una zona mista a tessuto produttivo e residenziale, l’attività di stireria, che ha provato a ripartire stamattina, non può stare. Grazie ai controlli della polizia locale siamo riusciti a capire che si tratta della seconda sede operativa di una ditta, attiva ad Agliana. A Montemurlo l’illegalità non può trovare terreno fertile sul quale attecchire ed ancora una volta abbiamo impedito che un’azienda, senza le necessarie autorizzazioni, potesse operare sul territorio».