Il fatto
Pontedera, ma quindi cosa è bruciato davvero nell’incendio alla Ecoacciai?
Le fiamme hanno interessato materiale derivato dalla demolizione delle auto e destinato al recupero: indagini in corso sulle cause del rogo che ha paralizzato il polo ambientale di Gello
PONTEDERA. È sembrato un déjà vu. La colonna di fumo nero che si alza a decine di metri da terra, ben visibile a chilometri di distanza e dalla Fi-Pi-Li, e che spaventa l’intera provincia di Pisa, con residenti e automobilisti a pensare “Ecco, ci risiamo”. Diversamente da quanto accaduto nel giugno 2026 alla Delca Energy di Vicopisano, stavolta le fiamme si sono originate col buio, in un deposito di stoccaggio non di rifiuti plastici ma di rottami metallici misti, provenienti perlopiù da automobili arrivate a fine vita e destinate al recupero. È l’incendio divampato lunedì sera nello stabilimento della Ecoacciai Spa, nella zona industriale di Gello a Pontedera, e seppur circoscritto ancora in fase di spegnimento. L’azienda, specializzata nel recupero, nella lavorazione e nella commercializzazione di rottami metallici ferrosi e non ferrosi, oltre che nella demolizione e frantumazione di veicoli, ha da poco festeggiato i 25 anni di attività e fa capo al gruppo bresciano Ferriera Valsabbia.
Il materiale
Ancora da chiarire le cause del rogo, originatosi a stabilimento chiuso. E nessuna voglia di parlare né da parte dell’azienda che da parte della proprietà lombarda. Secondo una prima ricostruzione, l'incendio ha coinvolto materiale premacinato misto derivante dai “pacchi auto” (tra cui ferro, gomma e plastiche) e stoccato nel deposito in attesa di essere frantumato nel molino, l’impianto da cui escono flussi primari di ferro (proler) e flussi secondari di materiali misti che vengono successivamente lavorati nelle linee di selezione e poi preparati per essere spediti ai clienti. Soprattutto acciaierie e fonderie, i riutilizzatori finali, ossia l’ultimo anello di questa filiera del recupero.
L’intervento
L’allarme nella sera di lunedì 26 ottobre è scattato intorno alle 21. A comporre per prima il numero di emergenza è stata un’automobilista che tornava a casa dal lavoro, percorrendo la Fi-Pi-Li. «Passando da Gello, all’altezza della stazione di rifornimento Eni, ho visto il fuoco e il fumo – racconta Desiré Cozzi –. Faceva paura perché le fiamme si alzavano sempre di più. Ho chiamato subito il 112, penso di essere stata la prima perché gli operatori non erano ancora al corrente dell’accaduto, mi chiedevano il punto preciso». È seguita una notte di via vai dei vigili del fuoco, che assieme alla squadra antincendio dell’azienda hanno continuato imperterriti per tutta la giornata di ieri e andranno avanti anche oggi. A supporto dei pompieri di Pisa, sono intervenute squadre dai comandi di Livorno, Lucca e Firenze, ed è stato utilizzato il mezzo antincendio aeroportuale Superdragon x8, capace di trasportare fino a 17mila litri d’acqua, schiumogeni e polveri.
Effetti collaterali
Nella mattina di martedì 27 ottobre fuori dai cancelli della Ecoacciai almeno una quindicina di camion e autoarticolati provenienti da tutta Italia. Autotrasportatori dal Veneto ma anche dalla Calabria e dalla Puglia, reduci da giorni di sciopero in autostrada per il caro carburante, che non avendo fatto in tempo a essere avvisati sono arrivati senza poter scaricare e ricaricare il materiale all’interno dello stabilimento. Un effetto collaterale di un incendio che ha imposto l’interruzione delle attività di tutto il polo ambientale di Gello. Con apposita ordinanza precauzionale, oltre a rivolgere ai residenti nel raggio di due chilometri dalla zona industriale le solite raccomandazioni a partire dal tenere porte e finestre chiuse, il Comune di Pontedera ha infatti sospeso temporaneamente le attività delle aziende situate nel raggio di 500 metri dall’area di emergenza. A doversi fermare (compreso) sono state anche Revet Spa, Ecofor Service e Geofor, vale a dire un pezzo importante del sistema trattamento rifiuti della Toscana, elemento che non a caso ha generato ripercussioni a cascata sul servizio di raccolta (da parte di Geofor) in quasi tutta la provincia e anche oltre, considerando che la chiusura dell’impianto di Revet incide anche sull’operato di Alia.
Arpat
Sul posto già da martedì 27 ottobre i tecnici di Arpat, «per effettuare una valutazione previsionale della dispersione dei fumi e individuare le aree potenzialmente interessate dalle ricadute al suolo delle sostanze rilasciate durante l’incendio». Una zona critica secondo Arpat potrebbe estendersi fino a 1,5 chilometri verso il mare (ovest), un’altra per circa 500 metri attorno allo stabilimento, per tenere conto del rimescolamento dei fumi in base al vento. Valutazioni che saranno la base «per individuare punti di prelievo di campioni ambientali, al fine di verificare la presenza di possibili contaminazioni». Le eventuali analisi di laboratorio saranno orientate alla ricerca di metalli, diossine e furani e idrocarburi policiclici aromatici. Parole che ormai, dopo tre incendi in provincia in meno di cinque mesi – compreso quello di luglio alla Spedi di Migliarino – sono entrate tristemente nel gergo comune.
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