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Lorenzo, il giovane toscano che dà forza alle fragilità: «Nessuno deve sentirsi inutile». E sui social spopola con i suoi video

di Stefano Baccelli

	Lorenzo Traversari
Lorenzo Traversari

Traversari è un educatore, sui social è seguito da quasi un milione di persone: ha trasformato video e incontri in percorsi di formazione e occupazione

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PISTOIA. Lorenzo Traversari ha 28 anni, 550 mila follower su TikTok, altri 400 mila su Instagram e un’idea precisa: la disabilità va raccontata senza pietismo, mettendo al centro ciò che ciascuno sa fare. Da quattro anni costruisce attorno a questa convinzione una comunità fatta di video, incontri, lavoro e teatro. La sua popolarità è nata quasi per caso, davanti alla telecamera insieme ai ragazzi che seguiva. Poi i numeri sono cresciuti, senza cambiare il senso del progetto.

Per lui inclusione non significa organizzare attività separate, ma costruire occasioni nelle quali lavoro, amicizia e divertimento si mescolano. È questa la formula che porta davanti allo schermo e negli incontri dal vivo. La sua storia si intreccia con quella di Fody Fabrics, startup innovativa e società benefit con sede a Pistoia, da poco trasferita in via Copernico. Il nome richiama il fody, l’uccello tessitore del Madagascar.

Anche l’azienda tesse legami: recupera gli scarti tessili e li trasforma in nuovi prodotti, coinvolgendo persone con disabilità o in condizioni di svantaggio in percorsi di formazione, tirocini e inserimenti lavorativi. Tra gli articoli realizzati ci sono anche coperte donate ai senzatetto e a chi si prende cura degli animali randagi. Traversari, laureato in Scienze dell’educazione e della formazione con indirizzo in Disabilità e svantaggio sociale, è arrivato in Fody poco dopo la nascita della società fondata da Luca Freschi. All’epoca aveva già costruito una numerosa comunità sui social. L’incontro tra la sua capacità comunicativa e il progetto dell’azienda ha fatto il resto.

I video del gruppo sono diventati un fenomeno. Paolo Ruffini, dopo averlo scoperto su Instagram, è andato a trascorrere un pomeriggio con i ragazzi. Ma per Traversari internet resta soltanto un mezzo. Il punto d’arrivo è il contatto umano: gli incontri organizzati alla Camposampiero di Pistoia, associazione che da ottant’anni aiuta le persone più fragili, le iniziative in altre città, le famiglie coinvolte, il pubblico che riempie piazze e spazi. Proprio la mancanza di luoghi abbastanza grandi lo ha costretto, almeno per ora, a sospendere gli appuntamenti inclusivi aperti a tutti. «Ho chiesto alle istituzioni spazi più adeguati», spiega. È nel passaggio dalla rete alla vita reale che Traversari costruisce il suo progetto: dare visibilità alle persone, ma soprattutto creare occasioni concrete di autonomia.

È vero che vuole portare la disabilità in teatro?

«Assolutamente sì. Lo stigma è ancora molto presente. Portare in scena le abilità delle persone svantaggiate è un mezzo potente per combatterlo. La prima del mio spettacolo, “Da quei ragazzi”, si terrà il 3 ottobre al Teatro Aurora di Firenze. A Pistoia, purtroppo, non ho trovato uno spazio disponibile».

Da dove nasce tutto questo?

«Dopo il liceo artistico mi sono chiesto che cosa volessi fare nella vita. Ho svolto il servizio civile con bambini con disabilità nella cooperativa Arké. All’inizio l’impatto fu forte, quasi traumatico, poi nacque il desiderio di continuare. Si era creato un legame profondo con le persone che seguivo. Ho lavorato nella cooperativa fino a quando ho deciso di avviare un progetto mio alla Camposampiero, di cui mio padre Luca è presidente».

In che cosa consisteva?

«Tre volte alla settimana incontravo i ragazzi che frequentavano la struttura. Giocavamo, parlavamo, stavamo insieme. Poi ho cominciato a realizzare video con loro e a pubblicarli sui social per avvicinare le persone al mondo della disabilità. Il mio profilo è esploso. In tanti sono venuti a conoscerci e si è creato un clima di inclusione autentica, nel quale le differenze perdevano peso. Sono aumentate anche le offerte di volontariato e le adesioni al progetto».

Quando è arrivata Fody?

«Un giorno mi chiamò Luca Freschi, fondatore e amministratore dell’azienda. Mi chiese di unirmi al gruppo e di contribuire allo sviluppo del progetto. Fody era nata nel 2022. Io sono arrivato circa un anno e mezzo dopo. Mi riconoscevo pienamente in quell’idea».

Di che cosa si occupa?

«Seguo soprattutto la community e cerco di trasmettere attraverso lo schermo il valore di ciò che facciamo. Nel frattempo Fody è cresciuta. I ragazzi che avevo coinvolto nelle attività ludiche oggi vengono a lavorare con noi; quelli conosciuti in azienda partecipano agli appuntamenti di svago. Le famiglie sono parte del percorso. Gli eventi servono anche a mostrare la qualità dei prodotti».

Riuscite ad autosostenervi?

«Sì, attraverso la vendita dei prodotti».

Come si entra in Fody?

«Chi è interessato viene a conoscerci e può iniziare un percorso di formazione gratuito. In questo modo sosteniamo anche le famiglie. Si impara un mestiere e, raggiunto un certo grado di autonomia, si può accedere a un tirocinio retribuito, con la prospettiva di un’assunzione, anche nella nostra azienda. Oggi abbiamo 30 persone nei percorsi di formazione, 15 tirocini attivi e quattro inserimenti lavorativi».

Quali persone accogliete?

«Persone con sindrome di Down, disabilità intellettive, autismo o difficoltà motorie. Ma le porte sono aperte anche a chi vive situazioni di svantaggio sociale, per esempio alle donne vittime di violenza. Lavoriamo sull’autonomia, sulla manualità e sulla capacità di stare in gruppo. Ogni inserimento segue un percorso personalizzato, costruito dai nostri educatori insieme alle famiglie e agli specialisti di riferimento».

Come nascono gli spot che piacciono tanto ai vostri follower?

«Partono dall’idea di dare importanza ai ragazzi. Loro capiscono perfettamente quanto il proprio contributo sia utile alla crescita del progetto e partecipano alla costruzione dei video. Non c’è pietismo. Ci sono divertimento, spontaneità e valorizzazione delle capacità. E loro adorano farli».

Fa tutto da solo?

«No. Mi aiutano Lapo, Marta e Jacopo, tutti più giovani di me. Con Jacopo porto avanti anche il progetto teatrale. È bravissimo».

Quando ha conosciuto Paolo Ruffini?

«Mi ha scoperto sui social e mi ha scritto su Instagram dicendomi di apprezzare il mio lavoro. Il 31 dicembre 2024 ha trascorso un pomeriggio con i ragazzi. Tra noi si è creato un bel rapporto e, quando gli ho chiesto una mano, si è sempre reso disponibile. Gli sono molto grato per ciò che ha fatto anche sul piano lavorativo. È arrivato a occuparsi di disabilità dopo di me, ma la sua forza mediatica gli ha permesso di raggiungere in poco tempo un pubblico enorme».

Qual è il suo obiettivo principale?

«Farci conoscere sempre di più, sia per sensibilizzare le persone sia per creare nuovi servizi per le famiglie. Dopo la maggiore età, chi ha una disabilità trova pochissimi sostegni concreti. Il rischio è perdere autonomia e autostima. Noi proviamo a colmare questo vuoto e a offrire una prospettiva».

Vi siete posti un traguardo?

«Vogliamo arrivare ad almeno mille persone coinvolte. L’ambizione è contribuire a risolvere un problema ancora aperto in Italia e dimostrare che chi viene considerato inutile ha invece capacità e valore. Esistono altre realtà simili alla nostra, ma Fody è l’unica a operare nel settore tessile».

Che cosa porterete in teatro?

«La nostra storia. I ragazzi saranno i protagonisti e racconteranno il percorso di inclusione che stiamo costruendo. Vorrei portare lo spettacolo in tutta Italia e farne un esempio replicabile. Gli incontri informali organizzati in varie città hanno già avuto molto successo. Riempiamo le piazze. In un mondo sempre più alienato, le persone hanno bisogno di ritrovare legami semplici, momenti in cui si ride e si scherza insieme. Venerdì scorso, nello store Fody di Verona, sono arrivate 600 persone».

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