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Pisa, ecco la mano robotica che “sente” il movimento usando vibrazioni

di Redazione Pisa

	La nuova interfaccia
La nuova interfaccia

Una protesi con magneti impiantati nei muscoli residui dell’avambraccio: lo studio coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna

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PISA. Il controllo naturale di una protesi non può prescindere dalla percezione del movimento da parte di chi la indossa. Uno studio coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna, pubblicato sulla rivista internazionale Science Advances, ha sviluppato una nuova interfaccia bidirezionale per protesi di mano che utilizza vibrazioni generate da magneti impiantati nei muscoli residui dell’avambraccio per ripristinare sensazioni di movimento naturali.

L’interfaccia, integrata alla mano robotica Mia Hand sviluppata dalla spin-off Prensilia, è stata sperimentata per sei settimane su un paziente italiano. Dopo lo studio pubblicato a settembre del 2024 su Science Robotics, grazie al quale è stata validata la prima fase della sperimentazione, strettamente legata alla capacità della mano robotica di riprodurre un’ampia gamma di movimenti, questo ulteriore risultato scientifico apre la strada a un controllo più intuitivo delle protesi.

«La myokinetic kinesthetic interface è unica nel suo genere: grazie a un semplice impianto passivo e mininvasivo siamo in grado di stimolare la muscolatura senza alcun contatto con la pelle. Si tratta di una sorta di stimolazione intracorporea, che non solo può essere la chiave per comprendere meglio come funziona il controllo motorio umano, ma anche per capire come ripristinarlo in persone che subiscono un’amputazione», riporta il dottor Federico Masiero, primo autore dello studio, al tempo degli esperimenti dottorando presso la Scuola Sant’Anna e al momento ricercatore al Munich Institute of Robotics and Machine Intelligence (Mirmi) del Technical University of Munich (Tum).

Un passaggio fondamentale per arrivare a una soluzione che possa effettivamente cambiare la vita di persone con amputazione è la realizzazione di un impianto permanente. «La nostra soluzione è stata validata attraverso un dimostratore preliminare: l’impianto era stato progettato per durare sei settimane, un tempo che ritenevamo sufficiente per una prima verifica dell’utilità e dell’efficacia dell’interfaccia. I risultati sono stati molto promettenti e ci hanno spinto a esplorare una soluzione impiantabile permanente, finanziata dal Piano Nazionale Complementare al Pnrr con il progetto Fit 4 Medical Robotics, che ci consentirà di studiare l’interfaccia su periodi molto più lunghi e con un numero maggiore di partecipanti», dice il professore della Scuola Sant’Anna, Christian Cipriani, ideatore dell’interfaccia e coordinatore dello studio.

Lo studio, coordinato dall’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna , in collaborazione con l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana (Aoup) e Cleveland Clinic, è stato sostenuto da finanziamenti europei, italiani e statunitensi. Alcuni tra questi, i progetti del Consiglio Europeo delle Ricerche (Erc) Myki e Myti, i progetti finanziati dal ministero dell’Università e della Ricerca Italiana Fit For Medical Robotics e Propriouss. Parte dei dati raccolti negli Usa è stata originariamente raccolta nell’ambito di finanziamenti concessi dall’Office of the Director del Nih e dalla Darpa. Il primo autore dello studio è un ricercatore presso la Technical University of Munich, finanziato da una borsa di ricerca Marie Skłodowska-Curie Action.

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