Il Tirreno

Economia e territorio

In coda all’alba davanti ai frantoi: dalla Val di Cornia (e non solo) arriva l’altra faccia della raccolta olearia

di Matteo Scardigli
La lunga coda all’alba di pochi giorni fa all’ingresso del frantoio di Riotorto
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La lunga coda all’alba di pochi giorni fa all’ingresso del frantoio di Riotorto

Così la produzione abbondante mette alla prova il sistema delle prenotazioni: conferimenti complicati agli impianti del territorio anche da carichi extra che incidono sulla filiera del sottoprodotto

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PIOMBINO. Lunghe code davanti ai frantoi fin dalle primissime ore del mattino, uno spettacolo che non si vedeva da tempo. L’abbondante raccolta olearia, però, è guastata dalle polemiche. Non è tutto oro quel che riluce.

Nelle campagne di Riotorto e della Val di Cornia (ma non solo) conferitori e raccoglitori si ritrovano in un imbuto che spinge gli impianti a correre ai ripari chiedendo ai clienti di prenotare, ma anche questo sembra non essere sufficiente per evitare gli ingorghi. Un fenomeno che appare in contrasto con la crisi dell’agricoltura, piegata dal caro-tutto come tanti altri settori, che gli addetti ai lavori spiegano inquadrandolo tuttavia proprio nel contesto della crisi.

Il caso e gli addetti ai lavori

«L’elevata produzione ha fatto sì che molte persone si stiano presentando con quantità maggiori rispetto a quanto preventivato», premette Cinzia Pagni, presidente di Cia Etruria. Che, rivendica, del resto aveva “predetto” lo squilibrio in occasione del recente presidio dell’associazione sotto Montecitorio per denunciare come il settore si trovi sull’orlo dell’estinzione. La sua prospettiva non è cambiata: «Abbiamo avuto un’ottima annata sia in termini di qualità che di resa, ma questo non vuol dire necessariamente che l’olio locale tornerà sugli scaffali come una volta: è in atto una speculazione per affossare i nostri prodotti favorendo quelli con altra provenienza». Ma si appiglia a una speranza: «L’olio rimane una di quelle cose sulle quali le famiglie che possono farlo scelgono con oculatezza».

Il presidente di Terre dell’Etruria

Scende più nel quotidiano Massimo Carlotti, presidente di Terre dell’Etruria: la peculiarità di questa raccolta non è certo sfuggita neanche a lui. «Storicamente apriamo ai produttori a partire dall’ultima settimana di settembre, quest’anno abbiamo anticipato l’apertura alla penultima», premette, sollevando poi il punto di vista: «L’annata è stata abbondante, allo stesso tempo sono aumentati i contoterzisti e si sono diffuse nuove tecnologie che agevolano la raccolta». La “tempesta perfetta” che incide sul sistema delle prenotazioni.

«In Toscana, diversamente da quanto accade in altre regioni, al frantoio si fa la frangitura e il produttore ha facoltà di decidere: conferire o ritirare il prodotto. Questo vuol dire che gli impianti sono tarati rispetto a quantità medie, sono in grado di sostenere anche un ritmo elevato ma non dei versamenti massicci», aggiunge Carlotti.

È un circolo che comprende l’intera filiera: «I cestoni li diamo noi, se li ha il produttore non possiamo darli ad altri. Allo stesso modo i frantoi devono lavorare nel rispetto delle regole anche per quanto riguarda i sottoprodotti che vengono impiegati per esempio nelle centrali a biogas». “Il troppo stroppia”, recita il proverbio: «Se chi ha prenotato si presenta con un quantitativo di olive superiore a quanto stabilito non può scaricare tutto e andarsene, deve fissare una nuova prenotazione. Capisco i malumori e i nervosismi (c’è chi deve aspettare anche quattro ore) ma deve mettersi di nuovo in coda», riassume il presidente di Terre dell’Etruria.

La domanda, come si dice, sorge spontanea: perché allora non potenziare gli impianti? È ancora Carlotti a rispondere, anche a prescindere dall’impossibilità di prevedere l’effettivo andamento di una stagione e data l’attuale instabilità a livello globale: «Nei nostri frantoi siamo in grado di accogliere tra i 1.500 e i 2.000 produttori, assumendo per ciascuna campagna un centinaio di addetti. Ma trovare persone preparate sta diventando sempre più difficile». Una questione di pianificazione, insomma.

L’appello del presidente di Terre dell’Etruria è quindi quello alla moderazione da parte dell’utenza degli impianti. Incrociando le dita: «Sul mercato stiamo facendo contratti con la vendita come gruppo oleario, speriamo di riuscire a mantenere prezzi validi per i soci. Ma le congiunture internazionali incidono, e poi c’è da fare i conti con le tasche delle famiglie». 

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