Il caso
Piombino, dalla depressione alla rinascita: Maurizio Mercati, il “Vagamondo” dalle scarpe di juta
Ha lavorato per trent’anni in fabbrica tra Follonica, Venturina e Piacenza, poi la scelta di vita dopo il periodo buio
PIOMBINO. «Per 30 anni ho lavorato in varie fabbriche come manutentore. Ebbi una forte depressione e decisi di mettermi a fare ciò che mi piaceva: creare con le mani». Ci passai davanti l’anno scorso. Le luci provenienti dalla strada ne illuminarono l’interno e potei vedere un fantastico cappello in juta. Appiccicai il naso alla vetrina: scarpe in juta, cappelli in pelle, borse uniche. Il giorno dopo entrai. Volevo farmi fare un cappello e farmi raccontare una storia che percepivo essere unica. Ma dovevo andare di fretta. Dissi al signore che sarei tornato. Ed eccomi qui, al "Vagamondo", piccolo angolo onirico, una sorta di negozio-laboratorio che pare uscito dalla fantasia di Lewis Carroll.
Il negozio-rifugio
«Piacere, Maurizio Mercati». È il titolare. O meglio: il negozio è lui e punto. Non ha dipendenti. È lui che crea tutto ciò che vedo. Ha 62 anni, occhi azzurri vivi e pieni di fantasia e di dolore. Un volto pieno di ferite aperte. Per me, è un viso rassicurante: vi si percepisce sincerità, poche parole e gesti chiari. «Sono piuttosto asociale - spiega Maurizio - Questo laboratorio è il mio rifugio. Ci vengo anche la domenica a creare, inventare e riparare mentre ascolto musica».
Maurizio ama la bellezza di Piombino ma mal sopporta la tendenza di una parte dei suoi abitanti alla doppiezza, al parlare alle spalle e all’ipocrisia.
Gli inizi
Ha aperto "Vagamondo" in piazza della Costituzione nel 2020, durante il Covid. Lo osservo e vedo bontà, rabbia, creatività, gentilezza e tante botte prese. «Ho iniziato a fare ciò che mi piace davvero nel 2006, dopo aver lavorato per 30 anni in varie fabbriche - ricorda riprendendo ciò che ho scritto all’inizio - Poi una forte depressione mi ha colpito e affondato. Depressione profonda per troppo lavoro, non avevo più un secondo di tempo, non dormivo più, facevo due o tre lavori insieme. Dopo aver combattuto contro il male oscuro, ho deciso che avrei fatto solo ciò che mi piaceva».
La famiglia
Maurizio ha due figlie di 39 e 36 anni, rispettivamente nutrizionista e insegnante, avute dalla ex moglie, e un figlio di 18, avuto da una sua ex compagna. Ha avuto un negozio a Piombino già dal 1998 al 2001, sotto i portici, in cui lavorava il vetro. Per 20 anni ha lavorato in un’azienda a Follonica, poi alla CST a Venturina, in un cantiere navale a Piacenza e in una ditta che costruiva treni ad alta velocità (fino al 2006) . A cavallo fra la fine dei ’90 e l’inizio dei 2000 ha gestito anche il "Bowling" a Venturina. Dal 2006 ha abbandonato tutto e si è messo a fare ciò che sta facendo a "Vagamondo": scarpe con i sacchi del caffè, cappelli, borse.
Pezzi unici
Fino al 2020 ha fatto fiere e mercati dell’artigianato in tutta Italia. «Le scarpe di juta? - dice Maurizio - Sono l’unico in Italia a farle». Sì. E in tutto lo stivale ha clienti storici che si fanno fare ogni anno scarpe, cappelli, cinture e altro su misura. «Tutto parte con un disegno», dice Maurizio. Sì: tutto inizia col progetto inventato su carta. Maurizio è un artista puro. Sventola davanti al mio naso le dime (i modelli) che usa per le scarpe e per i cappelli. «Monto le scarpe come negli anni ’20 - spiega - con le forme di tutti i numeri. Faccio anche riparazioni su scarpe, borse e di tutto un po’».
Il talento, nelle mani, ce l’ha da sempre. «Sì - conferma - fin da piccolo. Per fare le scarpe ho frequentato una scuola, per il resto sono autodidatta». La sua è l’arte del fatto a mano: calzature, borse, abbigliamento. Nelle sue creazioni non c’è solo tecnica. «Ogni pezzo - dice - racconta una storia di pazienza e precisione, lontano dalla produzione di massa, dove ogni dettaglio è pensato per chi cerca l’unicità. Ogni scarpa è costruita per adattarsi perfettamente alla persona. Sono oggetti nati per durare, che acquistano valore e carattere anno dopo anno. Le borse artigianali non sono semplici accessori, ma compagne di vita. Ogni cucitura, ogni scelta del pellame e ogni rifinitura riflettono un gusto ricercato e un’attenzione totale alla qualità. Ogni capo è un pezzo unico, tagliato e cucito con la dedizione che solo la sartoria artigianale può offrire».
La sua filosofia
E aggiunge: «La filosofia di questo luogo è fondamentale: il mio laboratorio è un luogo dove il tempo rallenta. Lavorare a mano significa rispettare i ritmi della materia (che sia pelle o tessuto) e onorare una tradizione antica, portandola nel presente con uno stile contemporaneo. Ogni creazione è un dialogo personale tra l’artigiano e chi sceglie di indossare un pezzo della tua arte. Vestire una persona o creare l’accessorio perfetto significa capirne l’anima: è un atto di cura che trasforma materiali nobili in emozioni da indossare». La gente è contenta e Maurizio ha più tempo libero. Ama anche il tennis e la musica. Ma non solo. «Quando lavoro - spiega - da un po’mi concentro ascoltando dei podcast su Carl Gustav Jung».
Maurizio è uno di quei tipi anti-convenzionali e anti-conformisti che la società spesso emargina. In questo caso è lui a non volervi partecipare attivamente. Difficile dargli torto. Altrettanto arduo è non sorprendersi davanti alla magia delle sue creazioni.
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