Altopascio, bimbo allontanato dalla famiglia per 40 giorni: “assoluzione” per i servizi sociali
La Corte d’Appello annulla la condanna del Comune a risarcire i genitori
ALTOPASCIO. Nessuna negligenza dei servizi sociali nell’istruttoria che portò il sindaco a firmare l’allontanamento dalla casa familiare di un bimbo di 4 anni dopo la denuncia della sorella 17enne di violenze e maltrattamenti sul piccolo da parte dei genitori.
La quarta sezione civile della Corte d’Appello ribalta il pronunciamento del Tribunale di Lucca che, nell’ottobre 2024, aveva condannato il Comune a risarcire i genitori del bimbo con una somma di oltre 200mila euro (esclusi gli interessi legali) per la sottrazione del piccolo rimasto 40 giorni in una struttura protetta.
La rivalutazione dei fatti ha portato i giudici fiorentini a considerare corretto il comportamento dei servizi sociali.
Dal giorno della comunicazione dei carabinieri, dopo la denuncia della sorella maggiore (7 febbraio 2018) , al provvedimento del sindaco (12 febbraio) l’ufficio svolse accertamenti sull’informativa dei carabinieri al Tribunale per i minorenni. La negligenza contestata in primo grado, in appello è stata negata con il risultato che il Comune non dovrà pagare alcun risarcimento (la sentenza del 2024 è rimasta sempre sospesa, ndr) . Anzi, la Corte d’Appello ha condannato i genitori a versare all’ente oltre 50mila euro di spese legali per i due gradi di giudizio.
Tutto inizia la sera del 6 febbraio 2018 quando viene denunciata ai carabinieri la scomparsa di una ragazza. Lei, 17enne, non era rientrata a casa alla fine delle lezioni. I contatti via sms con il maresciallo della Stazione svelano le ragioni della sparizione.
«Sto bene da una parte perché sono tranquilla nel senso che non sento urla, pianti, botte che volano per far addormentare mio fratello o per cose banalissime – il contenuto dei messaggi tra la ragazza e il limitare. Io non ce la faccio più, sto cercando un po’di pace e amore per me invece di vivere in aggressività, offese, pianti, urla. O frasi del tipo’stai ferma, ti gonfio anche a te, vi ammazzo ecc’. In casa c’è violenza. Pensate a proteggere mio fratello e poi se vi va anche me. Ma lui ha solamente quattro anni e non merita di crescere così».
La ragazza viene raggiunta da due carabinieri e portata in ospedale a Lucca dove i medici attivano il codice rosa. La sorella consegna sette file audio registrati con il cellulare in cui si sentono offese e maniere brusche sul bimbo. I servizi sociali incontrano la ragazza e non ravvisano alterazioni nei suoi comportamenti. Un elemento che in primo grado era stato ritenuto decisivo per la credibilità della 17enne era il successivo ricovero per disagi legati a problemi di bipolarità.
Per la Corte d’Appello quello che la studentessa dettaglia è, invece, credibile e supportato da riscontri oggettivi.
«La descrizione dei’mezzi di correzione’utilizzati dai genitori fatta dalla giovane anche in termini di calci sferrati contro il bambino era tale da evidenziare una chiara sproporzione e inadeguatezza rispetto alla necessità di ottenere l’obbedienza del minore, così come le parole offensive proferite all’indirizzo dei figli erano tali da sconfinare dall’ambito della funzione educativa – scrivono i giudici d’appello – . Tali elementi, dedotti in maniera circostanziata da una giovane che all’esame psicologico era risultata orientata e non affetta da sindromi deliranti, trovavano oggettivo riscontro in quanto risultante dai file audio e dalle fotografie esibite e prodotte in atti»,
Dagli audio emerge una ragazza matura che, quando non cacciata via in malo modo dai genitori, riesce a parlare con dolcezza al fratellino facendolo calmare.
«Agli assistenti sociali non sono bastate le dichiarazioni dei gravi fatti rese dalla giovane a carabinieri e medici del pronto soccorso, ma ne hanno voluto valutare direttamente la personalità avvalendosi di una psicologa e hanno altresì voluto esaminare i file audio e le fotografie allegati» ancora la sentenza. Dopo i 40 giorni nel centro protetto, il bimbo era tornato a casa. E la situazione in famiglia, certificata dalle relazioni dei servizi sociali, era rientrata nell’alveo della normalità. Ma questo cambio di scenario «non è sufficiente per poter ritenere negligente il comportamento dei servizi sociali che avevano proposto l’allontanamento familiare, in relazione alle dichiarazioni della sorella maggiore, a conforto delle quali la stessa aveva allegato file audio e riproduzioni fotografiche risultati coerenti con le sue narrazioni, non prima di aver sottoposto la ragazza a valutazione psicologica e letti i certificati del pronto soccorso da cui era stata indicata come traumatizzata dai comportamenti dei genitori».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
