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Attività storiche

Lucca, chiude lo storico bar Morino: il biliardo, i videogiochi e la bandiera della Lucchese che sventolava per ogni vittoria

di Luca Tronchetti

	Il bar Morino con la bandiera della Lucchese appesa per ogni vittoria, a dx Sergio Marchetti con Paola Profili
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Il bar Morino con la bandiera della Lucchese appesa per ogni vittoria, a dx Sergio Marchetti con Paola Profili

Centinaia di clienti hanno voluto salutare Sergio Marchetti e nell’ultimo giorno nessuno ha pagato

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LUCCA. Ieri sono arrivati in tanti, soprattutto giovani, a salutarlo. Una stretta di mano, un abbraccio e un selfie con Sergio Marchetti dietro al bancone. Un’immagine iconica che immortala un momento storico per la vita cittadina che segna la fine a un’epoca. Il registratore di cassa si è fermato perché nelle ultime 24 ore nessun doveva aprire il portafogli. Da stamani la saracinesca abbassata di quel locale – da 72 anni punto di ritrovo e di riferimento di una comunità che si incontrava lì per parlare e discutere di Lucca e della Lucchese – segna la scomparsa di un mondo antico fatto di persone, amicizie, condivisione, scambio di opinioni. Il bar Morino di viale Castracani, gestito dal 1954 dalla famiglia Marchetti, è stato un luogo del cuore.

Una vita per il locale

Sergio, classe 1947, una vita spesa per e dentro il locale, ha detto stop. L’età non è più verde ha inciso nella decisione. Ma il tempo, un vero killer silenzioso, ha stravolto la funzione aggregativa dei bar. «Sino agli anni Settanta il biliardo catalizzava l’attenzione. Poi è stata la volta dei tavolini con i giocatori di carte e infine siamo passati dai concorsi a pronostici (Sisal, Totip, Totocalcio) sino alla solitudine dei videogiochi. Nonostante gli epocali stravolgimenti, i nostri clienti ci sono sempre stati vicino e io non posso che ringraziarli: sono stati parte integrante della mia vita scandita dai tempi del bar». Sua madre Nella Citti, vero motore del bar Morino, si alzava alle 6 del mattino e andava a dormire alle 9 di sera (d’estate all’una di notte). «Non c’erano giorni di festa – prosegue – A Pasqua e Natale si chiudeva per due ore, il tempo per mangiare assieme. Unico giorno di ferie a Ferragosto quando con mia sorella Roberta e con una macchina presa a noleggio, perché mio babbo Pietro non ne possedeva una, per trascorrere la giornata sulla montagna pistoiese e finire la giornata andando a cena al ristorante da “Erasmo” a Ponte a Moriano. Da ragazzino, dopo la scuola, i coetanei andavano a giocare con i tappini, ma io dovevo portare il caffè ai locali vicini e da adolescenti ho rinunciato ad andare a ballare con gli amici. Da un lato ero prigioniero di questo lavoro, dall’altro mi sono affezionato a questo luogo e alla gente e non mi sono mai fermato. Capisco mia figlia Federica che alla fine ha scelto di fare altro».

Il nome storico

Pietro Marchetti e Nella Citti erano originari di Lappato. La guerra era finita da alcuni anni e c’era la necessità di trovare un luogo dove aprire un locale. «Inizialmente la scelta era andata su Marlia. Ma il costo per rilevarlo era eccessivo. Così, grazie a una colletta tra i parenti, venne scelto quel fondo, una sorta di vineria con il caminetto acceso in inverno e dove si potevano consumare degli spuntini. Era gestita da Alfonsina Dovichi e Giulio Tonelli di Lammari che emigrarono negli Stati Uniti. Il nome “Morino” è legato a Gino e Angelino Giusti, padre e figlio, con il primo, titolare di un ingrosso di carburanti, che aveva una pompa di benzina accanto al locale e che tutti chiamavano “Morino”. Quel soprannome ci ha portato fortuna».

Il bar della Lucchese

Dalla fine degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta il bar Morino è stato il bar della Lucchese. E la bandiera a righe orizzontali rosse e nere – che ieri sventolava per l’ultima volta dopo essere stata issata per decenni in caso di vittoria o pareggio esterno – è quella cucita a mano durante il torneo 1960-61, quello della promozione in B: «C’è un buco vicino all’asta. Non sono le tarme. È il colpo di un mortaretto sparato dopo una vittoria importante». Al primo piano della struttura c’era una pensione con le camere dove dormivano i calciatori e anche la mensa con la cuoca Marcella che preparava il pranzo e la cena. «Io ero un ragazzino, ma ricordo come un mantra la formazione vincente: Piancastelli, Serra, Stefanutti...E non dimentico qualche fuga serale con i calciatori che scendevano dal primo piano attraverso le canale di scolo per eludere il controllo di mister Zavatti. Mi rimase impressa una scazzottata tra il leader Bassetto e il terzino Mariani, reo di essersi allontanato dal ritiro per incontrare in segreto la fidanzata. E poi Angelo Orsi, un centrocampista che si alzava alle 6 del mattino e con un libro in mano si dirigeva verso le Mura. E ancora Ettore Mannucci, elegantissimo con la sua bellissima moglie. Tutti ragazzi che non se la tiravano, parlavano con i tifosi e giocavano a biliardo nel locale con la gente intorno. Mia mamma era una grande tifosa, ma per colpa del bar andava allo stadio soltanto per l’ultima giornata di campionato. E quando entrava al Porta Elisa veniva accolta da un’autentica ovazione. Durante il campionato la guardarobiera Rosina ogni volta che le squadre segnavano un gol ci telefonava per informarci. Frequentatore assiduo dell’ambiente rossonero era il medico sociale di allora, Costantino Carli, che aveva l’ambulatorio in viale Castracani. Quando entrava nel bar si formava un capannello di persone per avere notizie di prima mano sulla squadra del cuore». 


 

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