Il Tirreno

Livorno

Calcio

Livorno, Andrea Bacciardi e la fascia di capitano amaranto a vent’anni: «Con questa maglia un’emozione da brividi»

di Flavio Lombardi

	Andrea Bacciardi, qui nell'esultanza dopo il gol alla Pianese (foto Stick)
◗
Andrea Bacciardi, qui nell'esultanza dopo il gol alla Pianese (foto Stick)

A Forlì è diventato il più giovane giocatore nato a Livorno ad aver fatto il capitano in una partita ufficiale dell’Unione Sportiva: prima di mostri sacri come Magnozzi, Picchi, Lessi e Lucarelli

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Vent’anni e 222 giorni. Tanto è bastato ad Andrea Bacciardi per ritagliarsi un posto particolare nella storia amaranto. A Forlì, con la fascia al braccio dal primo minuto, il centrocampista livornese è diventato il più giovane giocatore nato a Livorno ad aver fatto il capitano in una partita ufficiale dell’Unione Sportiva. Prima di Magnozzi, prima di Armandino, prima di Mauro Lessi, prima di Igor Protti, livornese d’adozione, prima di Cristiano Lucarelli e Andrea Luci. Un primato che pesa ancora di più proprio perché arriva addosso a un ragazzo che quella maglia l’ha inseguita, persa, ritrovata e infine scelta.

Il bambino d’Ardenza

La storia parte presto, prestissimo. «Ho iniziato a quattro o cinque anni nell’Ardenza, giocando anche con quelli di un anno più grandi». Poi, intorno ai sette-otto anni, la prima chiamata del Livorno con Doga capo del settore giovanile». Due stagioni in amaranto e quindi l’Empoli, che lo aveva già cercato una prima volta. Alla seconda occasione Bacciardi decide di provare davvero a uscire da casa: «Ho detto: provo questa esperienza un po’ più lontano». Ne verranno fuori dieci anni nel settore giovanile azzurro, tutta la trafila fino alla Primavera. Anche il ruolo cambia insieme a lui. Da piccolo è un trequartista, quasi una seconda punta. Poi arretra, diventa mezzala e infine play, il posto in cui oggi si sente davvero se stesso: «Il mio ruolo è davanti alla difesa. Posso fare la mezzala, ma mi vedo soprattutto da play». Un’evoluzione tecnica che racconta anche la crescita di un giocatore che ha imparato a leggere il campo prima ancora che a viverlo da protagonista.

Il ritorno e la scelta

Livorno, però, torna sempre. Due stagioni fa Bacciardi rientra, poi una lussazione alla spalla (motivo per il quale a 19 anni, tre mesi e quattro giorni non potrà vincere sul campo la finale scudetto serie D l’8 giugno 2025 a Teramo), il cambio di allenatore e le dinamiche di mercato lo portano altrove. A Grosseto, con Indiani, vive il primo campionato intero tra i grandi e vince ancora. Nell’estate successiva il destino sembra già scritto: il Grosseto lo vuole, Indiani lo chiama più volte, l’Empoli prova a rinnovargli il contratto ma a cifre più basse. Poi squilla il telefono. «Ero in palestra, torno negli spogliatoi, guardo il cellulare e vedo una chiamata persa di Alessandro Lucarelli. Lì ho pensato: aspetta un attimo». Da quel momento cambia tutto. Lo cercano Alessandro Lucarelli e Doga, parte la trattativa, ma la decisione dentro di sé è quasi immediata: «Dopo la prima o la seconda chiamata sapevo già che volevo venire qui. Uno ci pensa, si domanda se sia la scelta giusta, anche perché a Grosseto avevo Indiani che mi faceva giocare di sicuro. Però ho capito subito cosa dovevo fare. Se mamma chiama. ..».

La fascia

Domenica mattina, a Forlì, il secondo momento destinato a restargli addosso. Arrigoni non parte titolare, Falasco è indisponibile. Bacciardi intuisce qualcosa, anche perché nelle gerarchie era già stato indicato tra le alternative. Lucarelli però non prepara discorsi. La conferma arriva sul foglio della formazione: accanto al suo nome c’è scritto "capitano". «Me l’ero un po’ immaginato, però è stata una bella emozione. In quel momento pensavo soprattutto alla partita e a dare il meglio».Solo dopo, a freddo, arriva il peso vero di quello che è successo. «Mettersi la fascia al braccio ti fa sentire importante. Hai una responsabilità, devi trascinare la squadra. E farlo con la maglia del Livorno, della mia città, è una cosa bellissima». Quando gli si fa notare che nessun livornese, a quell’età, risulta aver guidato gli amaranto in una gara ufficiale, Bacciardi quasi si ferma a pensarci. «È una cosa che non si vede tutti i giorni. Non solo a Livorno, ma in generale. E qui, in una piazza con una storia così, per un livornese vale ancora di più. Quando ci pensi vengono i brividi».

Livornesità e spogliatoio

A vent’anni Bacciardi è giovane, ma ha già vissuto abbastanza calcio per capire che una squadra non si misura soltanto sulla qualità dei piedi. Del Livorno di oggi parla soprattutto attraverso il gruppo. «Siamo molto uniti. Si fanno cene tutti insieme, oppure nei giorni liberi chi resta in città, fa un giro di consultazioni e si esce anche in quattro o cinque. Non c’è soltanto il rapporto da campo. Son fattori che contano». Poi c’è l’impronta di Cristiano Lucarelli. «Il mister ci trasmette la livornesità: l’atteggiamento, il non mollare mai, il dare peso alle partite. Magari chi è di Livorno certe cose le sente già, chi viene da fuori deve capirle». E così gli allenamenti diventano quasi un’estensione della partita: intensità alta, contrasti, spallate, nessuna voglia di perdere neppure una partitella. «Il mister e il prof ci dicono sempre che se l’arbitro non fischia devi continuare. Se resti fermo, in partita parte il contropiede. Ci abituiamo anche a questo. Nelle partitelle si gioca in modo maschio. Al limite, ogni tanto, una scintilla che dura però il tempo di un sospiro. Poi, si fa pace subito, ma si torna a darci dentro senza risparmio». Un gruppo che, secondo Bacciardi, sta trovando adesso la condizione migliore dopo un’estate in cui la rosa era stata costruita a tappe. «Ora siamo più o meno tutti sulla stessa linea. Ci sono giovani e giocatori più esperti, quindi era normale avere bisogno di tempo». Le qualità, aggiunge, non mancano. Quello che può fare la differenza è proprio il carattere.

Il ricordo di Forlì

E poi c’è quella fascia. A fine partita Bacciardi l’ha riconsegnata, perché fa parte del materiale della squadra e della Lega. Ma adesso sa che non è una fascia qualsiasi. È il simbolo di una domenica in cui un ragazzo di Livorno, a vent’anni e 222 giorni, ha messo il proprio nome accanto a quelli dei capitani amaranto. Farà di tutto per farsela dare e tenerla come ricordo. Un cimelio personale, certo, ma forse anche qualcosa di più. Perché un giorno quella fascia potrebbe finire in un museo amaranto, accanto alle maglie, alle fotografie e agli oggetti che raccontano la storia del Livorno. Con una didascalia semplice: Forlì, Andrea Bacciardi, il più giovane livornese capitano in una partita ufficiale. Un record nato quasi senza preavviso, scoperto su un foglio appeso nello spogliatoio e diventato, nel giro di novanta minuti, un motivo d’orgoglio per chi quella città la porta addosso da sempre.E forse è proprio questo il senso del primato: arrivare così presto dove tanti simboli amaranto sono arrivati soltanto dopo molti anni di carriera. 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Salute

Sesto Fiorentino, nuovo caso di legionella in una scuola elementare

di Elena Andreini