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Giancarlo Cesarello: da Livorno al Quebec per l’ambiente e poi il volontariato in Cambogia 

di Pietro Suligoj
Giancarlo Cesarello: da Livorno al Quebec per l’ambiente e poi il volontariato in Cambogia&nbsp;<br>

Guru dell’intelligenza artificiale applicata alle risorse idriche, ha studiato all'Iti: «Lavori in Eni, Shell e ora in Canada ma ho sempre voluto aiutare il prossimo»

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LIVORNO «Fin da bambino ho sempre avvertito una forte spinta interiore ad aiutare chi possiede meno privilegi e a proteggere la natura». Inizia così il racconto di Giancarlo Cesarello, 57 anni, residente in Canada ma con Livorno nel cuore. Via Emilio Zola, Salviano, le superiori all’Iti e poi una grande carriera all’estero in nome dell’ambiente. Una carriera che lo lega a Quebec city, Canada dove vive e lavora da anni per la società Water Shed monitoring inc e presto sarà in Cambogia, a novembre, protagonista di una nuova missione umanitaria per costruire case per chi ne ha bisogno e a migliorare la vita degli abitanti. «Lavoro nella gestione delle risorse dei bacini idrici: gestisco più che altro progetti nazionali e internazionali per la modellizzazione e gestione del ciclo completo dell’acqua». Cesarello fa anche di più: «Ultimamente mi occupo anche dell’integrazione dell’intelligenza artificiale nel mio settore». Grande la preparazione del 57enne labronico, due master, uno nella gestione integrata delle risorse idriche e l’altro nella gestione della conoscenza con specializzazione nelle scienze marine (più un bachelor of science in applicazione della computazione ai modelli di dispersione gas). Un informatico dal cuore grande che nel tempo libero partecipa alle missioni umanitarie di "Habitat for Humanity", ong che da mezzo secolo costruisce case per i più bisognosi in oltre 70 Paesi.

La sua è una carriera internazionale con fondamenta orgogliosamente labroniche.

«Vado fierissimo del mio diploma di informatico all’Iti del 1988, una base che ancora uso dopo quasi 40 anni. Ho vissuto nei Paesi Bassi lavorando per la multinazionale petrolifera Shell: qui ho vinto un premio riconosciuto a livello industriale per aver quantificato e mappato le fiaccole di produzione di idrocarburi. Il gas non economico viene bruciato (come la fiaccola della Stanic) creando gas effetto serra. In questo contesto col supporto di Usgs e Nasa ho fatto programmare il satellite Landsat 8 per acquisire dati durante la notte. È stato un gran lavoro di analisi e verifica sui campi petroliferi, con risultati ancora oggi usati. Comunque in quel periodo facevo parte di vari gruppi dedicati all'impatto ambientale delle operazioni petrolifere e alle iniziative di investimento sociale, tra cui il progetto "Un mondo migliore", nato in collaborazione con l'Onu per offrire supporto specialistico a realtà prive di adeguate risorse».

Come ha conosciuto Habitat for Humanity?

«Dopo l’esperienza nei Paesi Bassi mi sono trasferito in Canada, dove mi sono preso un anno sabbatico per dedicarmi al volontariato. In questa occasione ho conosciuto la ong. Nel febbraio del 2017 sono entrato in contatto con loro attraverso il programma Global Village, che si occupa di creare abitazioni e strutture per le famiglie bisognose. Dopo la selezione sono stato accettato e a maggio dello stesso anno sono partito per il Guatemala per la mia prima missione».

Come funziona l’associazione e quali sono i prossimi obiettivi in cui è coinvolto?

«Periodicamente, i capisquadra ufficiali di Habitat for Humanity Canada organizzano missioni in vari Paesi. Quest’anno ho deciso di rimettermi in gioco e parteciperò al "Build" previsto a novembre in Cambogia, nella zona di Siem Reap. Il finanziamento dei progetti si divide in due componenti. La prima è il contributo alla costruzione: copre l'80% del progetto e serve ad acquistare materiali e attrezzature, mentre il restante 20% finanzia logistica, vitto, alloggio e visite culturali per conoscere la comunità locale. A questo si aggiunge la seconda componente, il viaggio, che copre i voli per arrivare al cantiere. Il viaggio è totalmente a mio carico, mentre la quota di costruzione può essere coperta attraverso raccolte fondi sulla mia pagina del sito dell’associazione. Devo raggiungere almeno 3.100 dollari canadesi, circa 2mila euro. Se non raggiungerò il tetto, dovrò coprire la differenza di tasca mia. In Canada, però, la quota destinata al cantiere è fiscalmente deducibile. In totale, il costo complessivo della missione, comprese le mie spese personali per i voli, si aggira intorno ai 5mila dollari canadesi, circa 3mila euro». Come concilia questi impegni con il lavoro? E come si prepara a livello pratico?

«La partenza richiede una gestione attenta delle ferie e dei permessi lavorativi. Per l’organizzazione, forte della mia esperienza come ex capo scout, ho sbrigato le pratiche per i visti, controllato i documenti e fatto le vaccinazioni necessarie. Lì pernotteremo in un hotel locale, quindi dobbiamo solo preoccuparci di avere indumenti e scarpe da lavoro. Tornare sul campo con lo stesso caposquadra del Guatemala è una grande gioia e aiuterà nell’organizzazione. Emotivamente so già cosa mi aspetta: dopo il Guatemala mi è servito del tempo per rielaborare l’impatto di ciò che avevo vissuto. La gratitudine negli occhi delle persone che aiuti con le tue mani ti regala un’emozione indescrivibile, che ti accompagna a lungo. Forse questa volta mi riadatterò più velocemente alla vita canadese».

In Cambogia cosa andrà a fare?

«Nello specifico andiamo a costruire case per chi non ha i mezzi per farlo. In più aiuteremo alcune famiglie a migliorare le loro condizioni di vita come evitare a essere esposti ai fumi nocivi durante la preparazione del cibo, costruendo cucine efficienti. Loro spesso non hanno elettricità».

Che messaggio vuole lanciare ai giovani per avvicinarli a queste esperienze?

«Allontanarsi dalla propria "comfort zone" permette di mettersi alla prova, di riscoprire i propri limiti e di sviluppare una comprensione più profonda di sé e degli altri. Sperimentare contesti diversi insegna l’empatia, ridimensiona le priorità e sviluppa uno sguardo libero da pregiudizi, trasformando ogni esperienza sul campo in un'opportunità per diventare autentici cittadini del mondo».

Torniamo alle sue radici labroniche.

«Sono arrivato a Livorno quando avevo 4 anni. I miei genitori decisero di rientrare in Italia dopo quasi quattordici anni trascorsi in Svizzera. La scelta non fu casuale: mia mamma è livornese, cresciuta nella zona di via Solferino, mentre mio padre, profugo della Dalmazia nato a Valle d’Istria, aveva svolto il servizio militare nella Folgore e si era innamorato perdutamente del mare labronico. Sono cresciuto in via Emilio Zola, per poi trasferirmi a Salviano nel 1980. Dopo il servizio militare tra Taranto e La Spezia, che ha rappresentato il mio trampolino di lancio per spiccare il volo, nel 1990 ho lasciato poi Livorno per iniziare un’esperienza all’estero che dura tuttora».

Oggi vive in Canada, ma il suo percorso post-diploma l'ha portata ovunque.

«Sì, ho vissuto in diversi Paesi tra Europa, Nord America e Nord Africa. Dopo il diploma all’Itis Galilei sono entrato a più riprese nel mondo accademico all'estero, conseguendo la laurea e due master in Nord America. Ho svolto attività di ricerca scientifica, sia sulle barriere coralline utilizzando il telerilevamento, sia sulla complessità dei modelli socio-ecologici legati alle risorse idriche. Oltre alla vita professionale e privata in Quebec, sono anche supervisore volontario per la Croce Rossa canadese».

Le manca Livorno?

«Certamente. Oltre alla presenza fondamentale della mia famiglia, cerco di viverla attivamente, anche a distanza. Grazie alla rete degli Ambasciatori di Livorno ho costruito un bellissimo network di contatti: un’opportunità che mi stimola a tornare sempre con grande entusiasmo e con lo sguardo curioso di chi vuole continuare a conoscere la città e i livornesi».l
 

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