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Il personaggio

Livorno, la storia di Marco: ex commesso del Conad va in Danimarca e diventa comandante dei pompieri

di Martina Trivigno

	Marco Biondi con la divisa di comandante e a destra con la moglie Gabriella e la squadra di pompieri 
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Marco Biondi con la divisa di comandante e a destra con la moglie Gabriella e la squadra di pompieri 

Marco Biondi, livornese di 67 anni, dal 1998 vive nel Nord Europa: «Per lasciare Livorno ci vuole coraggio. Perché lo scoglio e il mare ti restano addosso, anche quando finisci a vivere a migliaia di chilometri di distanza. Ma andare via è stata per me la fortuna più grande»

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LIVORNO. «Dè, per lasciare Livorno ci vuole coraggio. Perché lo scoglio e il mare ti restano addosso, anche quando finisci a vivere a migliaia di chilometri di distanza. Ma andare via è stata per me la fortuna più grande». Marco Biondi ha appena finito il suo turno giornaliero quando risponde al Tirreno: livornese di 67 anni, quel coraggio lo ha trovato nel 1998, quando ha fatto le valigie con la moglie dell’epoca, la danese Annette, e i figli Axel e Thomas, allora piccoli, per ricominciare la vita in Danimarca.

La sua vita oggi

Oggi, dopo 28 anni, è il comandante della stazione dei pompieri di Ry, cittadina turistica dello Jylland, tra laghi, boschi e case immerse nel verde, dove guida una squadra formata da una trentina di persone. E mentre si avvicina alla pensione - a gennaio 2027 - prepara un nuovo viaggio: tornare più spesso nella sua Livorno. «Lì lavoravo al Conad di via Maggi - racconta - . Prima ero dipendente, in seguito ero diventato anche socio. Avevo la mia vita, le mie abitudini. Poi ho conosciuto la mia prima moglie a Marina di Pisa, ci siamo sposati e abbiamo avuto due figli. Lei mi ripeteva sempre: "Marco, con le tue capacità, la Danimarca è il posto giusto per te". Ma io sono livornese d’origine e, si sa, andarsene non è mica facile».Alla fine, però, la voglia di mettersi alla prova ha avuto la meglio. «Ho pensato che fosse arrivato il momento di uscire dal guscio - racconta - . Avevo viaggiato tanto, ma tornavo sempre a Livorno. Così abbiamo deciso di partire tutti e quattro».

Inizio difficile e la svolta 

Eppure l’inizio non è stato semplice: ha fatto diversi lavori, tra cui il venditore di letti ad acqua, con clienti in Italia, Svizzera e Germania. Poi la svolta: il Comune di Ry cercava pompieri e lui ha presentato domanda. In Danimarca, infatti, il servizio antincendio e di soccorso ha una struttura mista e complementare, suddivisa tra la gestione comunale e quella statale. Dopo la formazione è entrato in servizio nella caserma del paese dove viveva. Da lì è partito un percorso fatto di corsi, qualificazioni e responsabilità crescenti, fino a diventare coordinatore della stazione. «La lingua danese è stata, ed è ancora, difficile, ma io da buon livornese mi faccio capire lo stesso - dice, sorridendo - . E ai danesi il mio accento piace. L’inglese, invece, mi ha aiutato molto: non l’ho imparato a scuola, ho concluso i miei studi in terza media, ma ho sempre viaggiato».E in un Paese dove, racconta, conta soprattutto il merito, Biondi si è conquistato tutto sul campo. «Essere italiano mi ha fatto sentire qualche volta sotto esame - aggiunge - . Avevo paura dei pregiudizi, così ho cercato di lavorare il doppio. Volevo dimostrare chi ero con la puntualità, la serietà e l’impegno. Qui, in Danimarca, non conta chi conosci: se vali e ti dai da fare, puoi arrivare».

Il ruolo da capitano

Il momento più emozionante, però, è arrivato quando i suoi superiori lo hanno incoraggiato a candidarsi per guidare la stazione. «Mi hanno detto che avevo tutte le carte in regola - evidenzia - . Mi sono quasi messo a piangere. Mi sono commosso davvero, perché significava che avevano riconosciuto quello che avevo fatto, nonostante le difficoltà con la lingua».Un riconoscimento importante era arrivato già per i suoi dieci anni di servizio, con un diploma e una spilla spediti dall’allora regina Margrethe II. Ma la soddisfazione più grande, per Marco Biondi, è il rapporto con la comunità. «In Danimarca i pompieri non sono soltanto quelli che arrivano quando suona l’allarme - prosegue a raccontare - : partecipano alla vita del paese, aiutano durante gli eventi e sono un punto di riferimento per tutti. Quando sono arrivato qui a Ry, il Comune mi ha aiutato molto anche economicamente mentre mi occupavo dei miei figli. A un certo punto mi sono detto: questa nazione mi sta dando tanto, devo fare qualcosa per lei. E così ho messo cuore e anima in questo lavoro».Certo, il mestiere comporta rischi e interventi difficili, ma anche la gratitudine di chi incontra Marco Biondi per strada e lo saluta come uno di casa. «Qui le istituzioni sono della gente, non il contrario - precisa - . Se c’è una festa o arriva il circo e, per esempio, bisogna portare l’acqua per dissetare gli animali, noi ci siamo. È bello sentirsi parte della società».

Livorno nel cuore

Eppure Livorno non è mai sparita dai suoi pensieri: ogni estate Biondi torna per ritrovare i tre fratelli e le due sorelle, ai quali è legatissimo. «Mi sono mancati tanto in questi anni - spiega, commosso - . Ci vogliamo un bene enorme. La lontananza c’è, ma quella non la si può cancellare».Presto, a gennaio 2027, potrà andare in pensione: ha venduto la grande villa con il giardino che condivide con la nuova moglie Gabriella e scelto una casa più piccola, pensando a una vita divisa tra Danimarca e Italia, magari con sei mesi a Livorno. E se ha deciso di raccontare questa storia, Biondi lo ha fatto anche per dare uno stimolo ai giovani, per sfatare un po’ il mito del «meglio disoccupati all’Ardenza che ingegneri a Milano».«Se ve la sentite, andate - dice ai ragazzi livornesi - . Conoscete gente nuova, mettetevi alla prova. A Livorno si può sempre tornare. Non dico che sia facile, ma è bello avere degli obiettivi e scoprire che di poter fare molto più di ciò che si pensava».Lui, intanto, si prepara a chiudere un capitolo importante, orgoglioso di aver costruito una seconda vita senza perdere le proprie radici. Perché si può diventare un punto di riferimento in un paese straniero e continuare a portarsi Livorno nel cuore. Anche a migliaia di chilometri dallo scoglio. Con un po’ di coraggio, tanto lavoro e quel dè che, alla fine, non guasta mai.

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