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Livorno

Il richiamo

«Moschee abusive a Livorno», il prefetto: «Il Comune faccia i controlli»

di Stefano Taglione
Il prefetto Giancarlo Dionisi e l'ingresso dell'immobile di via dell'Angiolo
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Il prefetto Giancarlo Dionisi e l'ingresso dell'immobile di via dell'Angiolo

Giancarlo Dionisi torna a chiedere l’esito delle verifiche al sindaco Luca Salvetti: «La libertà di culto va tutelata, ma servono delucidazioni sulle norme di sicurezza»

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LIVORNO. «Resto in attesa di un riscontro alla richiesta rivolta al sindaco Luca Salvetti di verificare i locali nei quali potrebbero svolgersi attività di culto islamico, per accertarne la regolarità e le condizioni di sicurezza. La libertà religiosa va pienamente tutelata, così come l’incolumità delle persone che frequentano quei luoghi e il rispetto delle regole. Auspico che queste verifiche vengano effettuate rapidamente e che ne siano comunicati gli esiti alla prefettura. Anche questo significa contribuire, ciascuno per le proprie competenze, alla sicurezza della comunità».

La richiesta

Non soltanto l’esposto presentato nei giorni scorsi dalla Lega. In primis, infatti, c’è stata la richiesta che il prefetto Giancarlo Dionisi ha trasmesso al Comune dopo il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica del 4 settembre scorso. Da allora è trascorso oltre un mese e mezzo e «non sono ancora stati comunicati gli esiti degli approfondimenti». La questione torna al centro del dibattito dopo l’iniziativa del Carroccio, che con il segretario provinciale Carlo Ghiozzi e le tre europarlamentari Susanna Ceccardi, Silvia Sardone e Annamaria Cisint, del gruppo “Patriots for Europe”, ha formalizzato la richiesta di sopralluoghi nei fondi di via dell’Angiolo 40, via della Pina d’Oro 26 e piazza Garibaldi 27, dove a giudizio degli esponenti del centro vi sono «tre moschee abusive». La vicenda, era stata affrontata a inizio settembre al tavolo convocato in prefettura, al quale per l’amministrazione aveva partecipato l’assessora all’urbanistica e all’edilizia privata Silvia Viviani.

Il comitato

In quell’occasione era stata «condivisa l’opportunità di approfondire la situazione degli immobili segnalati, verificando, attraverso gli organi competenti, la corrispondenza tra la destinazione d’uso urbanisticamente e l’attività effettivamente esercitata». A seguito del vertice, la prefettura aveva quindi «interessato formalmente l’amministrazione comunale affinché venissero svolti, attraverso gli uffici competenti e la polizia municipale, i necessari approfondimenti, restando in attesa di conoscerne gli esiti». Il prefetto aveva inoltre precisato che l’obiettivo era fare chiarezza sul rispetto delle regole relative all’utilizzo degli edifici e sulla sicurezza delle persone che li frequentano, senza mettere in discussione la libertà religiosa tutelata dalla Costituzione. Fra gli aspetti da approfondire erano stati indicati la destinazione d’uso, l’agibilità, l’accessibilità, la capienza, la sicurezza degli impianti, le vie di esodo, le condizioni igienico-sanitarie e gli eventuali obblighi di prevenzione incendi.

Il nodo dei controlli

La vicenda era approdata anche in consiglio comunale, con la mozione presentata da Ghiozzi, dopo che nel giugno scorso la Lega aveva organizzato un presidio nella zona di piazza Garibaldi per protestare. Rispondendo all’esponente del Carroccio, Viviani a palazzo civico aveva sostenuto che l’amministrazione non potesse avviare un censimento generalizzato dei locali destinati al culto islamico, perché i controlli urbanistico-edilizi devono seguire procedure precise. «Il controllo è assegnato al settore edilizia privata e alla polizia municipale, con l’ufficio abusivismo», aveva spiegato l’assessora. A suo avviso, gli uffici non potevano procedere attraverso verifiche indiscriminate, ma dovevano intervenire sulla base di segnalazioni formali e puntuali, con l’indicazione del fabbricato interessato. «Non c’è un’altra strada», aveva concluso, ribadendo la necessità di individuare con precisione gli immobili. Da palazzo del Governo, tuttavia, era stato chiarito che gli indirizzi da controllare erano già stati comunicati al Comune dopo il comitato del 4 settembre: via dell’Angiolo 40, via della Pina d’Oro 26 e piazza Garibaldi 27.

L’esposto della Lega

Nel frattempo, pochi giorni fa, il Carroccio ha deciso di formalizzare la propria iniziativa, rincarando la dose. L’esposto è stato indirizzato al prefetto Dionisi, al nuovo questore Michele Abenante, al sindaco e agli uffici comunali di competenze per le verifiche. A firmarlo le europarlamentari Susanna Ceccardi (l’ex sindaca di Cascina), Silvia Sardone e Annamaria Cisint, insieme a Ghiozzi, capogruppo in consiglio comunale e segretario provinciale della Lega. I firmatari chiedono sopralluoghi per verificare l’effettivo utilizzo dei tre fondi, la compatibilità con il piano operativo comunale, le destinazioni d’uso e il rispetto delle norme edilizie, igienico-sanitarie e di sicurezza. Sollecitano inoltre che i controlli siano effettuati, se possibile, nei giorni e negli orari in cui sia più agevole verificare l’eventuale svolgimento della preghiera collettiva. «L’assessora Silvia Viviani, durante il dibattito, aveva sostenuto che, in assenza di esposti formali, non si potesse procedere ai controlli. Bene, adesso l’esposto c’è», hanno dichiarato i leghisti, chiedendo all’amministrazione di effettuare le verifiche e fornire risposte.

La risposta attesa

Nei prossimi giorni, alla luce delle integrazioni, potrebbero quindi arrivare le risposte richieste. L’obiettivo degli accertamenti, come aveva ricordato Dionisi, è verificare la conformità degli immobili e le condizioni di sicurezza, senza anticipare conclusioni prima degli esiti tecnici. La libertà di culto resta un diritto costituzionalmente garantito e la verifica della regolarità degli edifici e delle attività che vi si svolgono, connessa con le norme in materia, è invece una questione che spetta agli uffici tecnici di palazzo civico.

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