Livorno, «False nozze per rimanere in Italia»: la corte d’appello smantella le accuse - I nomi
Pioggia di assoluzioni dopo le condanne in primo grado: coinvolti tunisini e livornesi. Restano, pur ridotte in secondo grado, le condanne per spaccio di droga: le persone coinvolte
LIVORNO. Una pioggia di assoluzioni, anche se restano – seppur sensibilmente ridotte – le condanne per spaccio. Crolla in appello il teorema dei “falsi matrimoni”, il processo nato dall’inchiesta delegata alla Squadra mobile della polizia di Stato e alla municipale sulle contestate nozze fittizie celebrate negli anni scorsi in città. Un’inchiesta analoga, in questo caso della guardia di finanza, tre anni fa aveva portato invece a 17 condanne di primo grado. I giudici fiorentini hanno ribaltato la sentenza di primo grado, risalente al 16 maggio del 2023, perché «Il fatto non sussiste». A quattro anni dalle indagini e a oltre tre dalla pronuncia del tribunale di Livorno, che aveva portato a un quantum per oltre 30 anni di reclusione, la terza sezione penale della corte d’appello di Firenze – presieduta dal giudice Daniele Cenci – ha spazzato via quasi del tutto le accuse relative al presunto giro di nozze fittizie celebrate, secondo la procura, per far ottenere agli stranieri i permessi di soggiorno.
Il crollo delle accuse
Il verdetto scardina l’intero impianto accusatorio, anche se per comprenderne i motivi esatti bisognerà attendere il 2027, quando saranno depositate le motivazioni. Tutti gli imputati coinvolti nei vari capi d’imputazione legati alle finte nozze – sia per l’ipotesi di favoreggiamento all’immigrazione clandestina sia per i falsi in atto pubblico – sono stati assolti. Escono puliti dalla vicenda giudiziaria con formula piena la trentasettenne livornese Rebecca D’Alelio, Montassar Lassoued, ventisettenne tunisino e difeso insieme ad altri due imputati dall’avvocata livornese Alessandra Natale, la quarantacinquenne Maila De Fusco Gonnelli, Lisa Meluzzi, 29, Mohamed Amine Jelassi (l’interprete arabo trentaduenne), il tunisino Abdessalem Jelassi, di 35, il connazionale Oussema Belhadj (stessa età) e la cinquantunenne Susanna Senesi.
Pene ridotte per droga
L’inchiesta, nata originariamente dai controlli della polizia municipale in un appartamento occupato dopo le lamentele dei vicini di casa per i rumori, svelò anche una rete di spaccio di cocaina ed eroina. Se per i matrimoni l’impianto accusatorio è stato smantellato, sul fronte delle cessioni di stupefacenti la corte ha sì mantenuto le responsabilità penali, rivenendo però le pene di reclusione, avendo applicato l’ipotesi della lieve entità. La riduzione più sensibile riguarda il quarantaseienne tunisino Ahmed Walid Ben Belgacem Ben Hadj, difeso dall’avvocato Nicola Giribaldi: condannato in primo grado a undici anni di reclusione e oltre 37mila euro di multa come figura centrale sia dei matrimoni che dello spaccio, si è visto rideterminare la pena complessiva in cinque anni e quattro mesi e 7. 333 euro di multa per i soli episodi di droga rimasti a suo carico. Sconto consistente anche per il quarantatreenne livornese Francesco De Robertis: in primo grado era stato condannato a sei anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. La corte d’appello di Firenze, riqualificato il fatto nella sua lieve entità, ha ridotto la sua condanna a un anno e quattro mesi (con duemila euro di multa), revocandogli contestualmente sia l’interdizione perpetua sia quella legale. Per Senesi, infine, rideterminata la pena a sei mesi e 20 giorni di reclusione e 800 euro di multa per l’unico episodio legato alla droga, grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti sulla recidiva.
Morto un imputato
Restava un unico imputato, il settantenne tunisino Mohsen Ouerghi, che – difeso dal legale Nicola Giribaldi – nel processo di primo grado era stato condannato a quattro anni di reclusione per le presunte cessioni di stupefacenti. Purtroppo, però, è deceduto e la corte ha dichiarato il «non doversi procedere per estinzione del reato dovuta alla morte dell’imputato». In primo grado avevano invece patteggiato per i matrimoni il trentottenne tunisino Zied Belghith, per lui nove mesi di reclusione, mentre lo stesso quantum (ma per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti) aveva riguardato la sessantaquattrenne livornese Patrizia De Giulli. Infine, per il palestinese di 53 anni Adel Ben Mourad era stata accolta la messa alla prova, con lo svolgimento dei lavori di pubblica utilità, che ha quinti portato all’estinzione del fatto contestato.
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