Economia e fisco
Livorno, Gonnelli tra cadute e ripartenze: «Calafuria il mio terzo figlio. Lo pagai tre miliardi di lire, l’errore più grande invece...»
L’imprenditore presenta il proprio libro in cui racconta quasi trent’anni di storia del locale più iconico del Romito: 238 pagine tra la roccia e il mare, tra schiaffi di libeccio e quelli di divieti e autorizzazioni che se ne vanno, per poi tornare
LIVORNO. Giorgia e Gabriele sono i suoi "bimbi". "Precisamente a Calafuria" è il terzo figlio. Quella creatura sospesa tra la roccia e il mare, tra schiaffi di libeccio e quelli di divieti e autorizzazioni che se ne vanno, per poi tornare. Quella terrazza da cartolina che si tinge di tramonti che tolgono il fiato. Esplosiva come le sue serate e i decibel sparati alla consolle. Trent’anni, quasi, della sua vita, che Simone Gonnelli decide di raccontare in quello che è il suo primo libro. «Pensavo di aver comprato un locale, col tempo ho capito che era Calafuria ad aver comprato me, ad aver preso una parte della mia vita», così il 58enne. È l’imprenditore dei locali per eccellenza in città. Ne ha lanciati, ne ha cambiati. Ha innovato. Ha scandito mode, serate. La storia del libro in realtà comincia molto prima di Calafuria, dalla gavetta nell’azienda di famiglia, la Voliani, dalle consegne sui camion frigoriferi e dai primi passi come rappresentante. Ma la vita fa mille giri, si sa. E infatti poi arriva un incontro, quasi casuale, con un ristorante affacciato sulla costa livornese. Proprio quello, all’ombra di quella Torre, vecchia secoli, che oggi cerca di non morire, grazie a un movimento cittadino. E sullo sfondo, nelle 238 pagine, c’è sempre Livorno, il Romito, il mare (il libro si può acquistare su Amazon).
Da imprenditore a scrittore, come le è venuta l’idea?
«Si tratta del mio racconto autobiografico e di un luogo che, nel corso di quasi trent’anni, ha finito per diventare parte della mia stessa identità. Ma scrittore proprio no (ride). L’idea mi è venuta perché, dopo quasi trent’anni da quando Calafuria ha cominciato a girarmi in testa e dopo tutto quello che è successo in questi anni, ho sentito il bisogno di mettere questa storia nero su bianco. Molte persone oggi conoscono Calafuria per quello che è diventata, ma non sanno da dove è partita. E penso soprattutto ai più giovani, a chi trent’anni fa magari non era ancora nato, come i miei figli. La scrittura è stata più veloce di quanto pensassi, perché in realtà la storia era già tutta dentro di me. Avevo voglia di raccontare in prima persona cosa ha rappresentato Calafuria per me e, in qualche modo, anche per Livorno».
Aneddoti che racconta nel libro e che tracciano anche un percorso fatto di momenti belli e brutti?
«Nel libro ci sono tanti aneddoti, momenti belli, errori, successi, problemi, persone incontrate lungo la strada. Non ho voluto costruire un’immagine perfetta: ho cercato di raccontare quello che è successo davvero, con soddisfazioni ma anche difficoltà. Tra trattative impossibili, banche da convincere, investimenti, successi improvvisi, difficoltà economiche, rapporti umani. Calafuria per me è una creatura da costruire, difendere, perdere e riconquistare, quasi un figlio, appunto».
Parla di cadute e ripartenze. Quale è stato l’errore più grande che ha commesso con Calafuria?
«Probabilmente il mio errore più grande è stato, a un certo punto, dare Calafuria in gestione e allontanarmi troppo. Pensavo che delegare fosse la scelta più razionale: io sarei tornato a concentrarmi su altre attività e altri avrebbero portato avanti il locale. Invece ho capito una cosa importante: puoi delegare il lavoro, puoi delegare responsabilità, ma non puoi delegare completamente l’anima di un posto che hai costruito tu. Nel libro racconto anche quanto mi sia costato, economicamente e personalmente, capire questa differenza».
E invece la soddisfazione più grande?
«Sono combattuto tra due momenti. Il primo è sicuramente il giorno dell’inaugurazione, quando guardai quella terrazza piena di persone e vidi finalmente davanti ai miei occhi qualcosa che per anni era esistito soltanto nella mia testa. Ma forse, proprio perché è molto più recente, metterei sullo stesso piano il riottenimento della licenza questa estate. Venivamo da quasi un anno e mezzo di stop e, in alcuni momenti, sembrava davvero che fosse tutto finito. Quando abbiamo avuto la possibilità di ripartire ho provato una sensazione fortissima. Nel 2000 avevo realizzato un sogno; questa volta avevo avuto la sensazione di averlo salvato».
Ha mai pensato di mollare tutto?
«Ci sono stati almeno due momenti molto forti. Uno dopo il sequestro della terrazza, quando sembrava che una parte fondamentale di Calafuria fosse stata improvvisamente fermata. L’altro dopo la rapina del 2012 in cui fui ferito. In quei momenti non pensi più soltanto all’impresa, ma ti chiedi se tutto quello che stai facendo valga davvero il prezzo che stai pagando».
Cosa le ha ridato la voglia di andare avanti, per esempio nella vicenda legata allo stop di Precisamente a Calafuria?
«La mia difficoltà a mollare. Non perché non abbia avuto paura o momenti di sconforto, ma perché ho sempre pensato che il valore di una persona si vede soprattutto quando il mare si mette male. Il bravo marinaio non si riconosce quando il mare è calmo, ma da come decide di affrontare la tempesta. Questa frase, secondo me, racconta bene quello che è stato Calafuria per me».
Che rapporto ha oggi con Calafuria? È ancora il proprietario?
«Sì, sono il proprietario di Calafuria. La comprai nel 1999 dopo una trattativa molto lunga. Nel libro racconto tutta quella storia: la richiesta iniziale era molto più alta, io non avevo certo quei soldi a disposizione, ci furono le banche, il finanziamento, il mutuo, i soci e una quantità di ostacoli che oggi, ripensandoci, fanno quasi sorridere. Però alla fine riuscimmo a comprarla. Da lì che è cominciata veramente tutta questa storia. L’inaugurazione fu il 17 luglio del 2000».
Quanto le costò il locale?
«Tre miliardi di lire. Quanto mi sia costato davvero, in fatica, tempo, notti insonni e pezzi di vita, è molto più difficile da calcolare (ride)».
Dopo il primo libro cosa ci riserva?
«Non lo so. Sono abbastanza fatalista. Anche questo libro, in fondo, non era programmato da anni: a un certo punto ho sentito che dovevo scriverlo. Se arriverà un’altra storia che sentirò il bisogno di raccontare, probabilmente succederà allo stesso modo».
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