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Livorno

L’anniversario

Alluvione a Livorno, la testimonianza: «L’acqua mi trascinava nel buio, ma pensavo alle vite da salvare»

di Martina Trivigno

	I tre militari Francesco Grasso (al centro) con i colleghi Biagio Topa e Victor Alfonso Scaccia durante la visita di Roberta Pinotti, allora ministra della Difesa
I tre militari Francesco Grasso (al centro) con i colleghi Biagio Topa e Victor Alfonso Scaccia durante la visita di Roberta Pinotti, allora ministra della Difesa

Il racconto dell’ex parà Francesco Grasso: «Quella non era una situazione controllabile. Non c'era spazio per pensare troppo, bisognava agire»

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LIVORNO. Nove anni dopo, Francesco Grasso ricorda ancora il buio. Non un buio qualsiasi, ma quello di una notte in cui Livorno sembrava aver perso i suoi confini. «Ricordo tutto – racconta – ogni dettaglio, ogni particolare. Ricordo i salvataggi, l’acqua, ovunque, e le correnti rendevano instabili i ponti».

All’epoca Grasso aveva 36 anni ed era un militare dell’8° Reggimento Genio guastatori paracadutisti Folgore. Oggi quella divisa non la indossa più: il 28 marzo scorso, dopo 27 anni nell’Esercito, si è congedato e ha ricominciato a Verona, dove ha avviato un’impresa di termoidraulica. Ma quella notte tra il 9 e il 10 settembre 2017 – insieme ai colleghi Victor Alfonso Scaccia e Biagio Topa – è rimasta dentro di lui. Forse perché, più di ogni altra, gli ha insegnato che cosa significhi davvero essere uomini davanti a una tragedia. «Non era una situazione controllabile – sottolinea – . Non c’era spazio per ragionamenti lunghi: dovevi decidere e agire».

La prima decisione fu quella di assumersi una responsabilità enorme: Grasso, che in quel momento era in servizio in città, si rendeva conto che qualcosa di molto grave stava accadendo. Con lui c’erano due militari molto giovani e non se la sentì di portarli con sé. «Nel fuoristrada c’erano armi e attrezzatura militare che non potevano essere lasciati incustoditi – prosegue – . Così ho detto loro: “Io scendo. Ogni 30 minuti vi farò un segnale con la luce. Se non lo faccio, chiamate i soccorsi perché significa che è successo qualcosa anche a me». Poi entrò nelle case. Una dopo l’altra. Le prime quattro abitazioni erano quasi sommerse con l’acqua che toccava quasi il soffitto. Le porte erano chiuse e spesso bisognava sfondarle. «Mi annunciavo, dicevo che ero dell’Esercito, delle forze dell’ordine – riavvolge il filo dei ricordi – . Entravo e portavo le persone al primo piano. C’è stato anche un signore che non riusciva a camminare: me lo sono caricato in spalla e l’ho portato dove non arrivava più l’acqua». Ma il ricordo che più di tutti gli è rimasto addosso non è quello di un salvataggio. È il volto di una persona terrorizzata. «Prima di andare avanti ho incontrato un signore che mi chiedeva: “Aiuta mio padre, è sotto, non cammina”. Sul volto aveva stampata un’espressione di panico, non la scorderò mai. E lì ho capito una cosa: possiamo essere forti, possiamo sentirci invincibili, ma quando arriva qualcosa di più grande di noi possiamo rimanere immobili. Possiamo avere bisogno che sia qualcun altro a fare ciò che noi non riusciamo più a fare».

È stato allora, racconta, che è cambiato qualcosa anche dentro di lui. «Da quella notte ho imparato il valore dell’umiltà – aggiunge – . Ho imparato a pensare prima di fare una cosa. Perché davanti a una disgrazia nessuno è invincibile». E così anche chi è abituato al pericolo può avere paura. Grasso l’ha provata sulla sua pelle, attraversando quella che sembrava ormai una distesa d’acqua senza fine. «Ho attraversato i ponti sopra una tavola da surf – prosegue nel racconto l’ex parà – . Era l’unico modo per restare agganciato, per non essere trascinato via dalla furia dell’acqua. In quel momento non esisteva altro che cercare di resistere e aiutare chi era in difficoltà».

Poi è arrivato il momento in cui anche lui si è sentito perduto. «Era notte, buio pesto – dice – . Il cielo era carico d’acqua. Sentivo il puzzo di gasolio e benzina, le auto trascinate, le scintille dei cavi della corrente sull’acqua. A un certo punto mi sono aggrappato a un cartello e ho gridato aiuto. Poi mi sono reso conto che ero solo, il pensiero è corso ai miei figli che mi aspettavano a casa».

La corrente lo spingeva verso il mare ed è passato un camioncino a pochissima distanza. «Lì ho avuto paura davvero – prosegue – . Ho capito che, se non mi fossi aiutato da solo, non mi avrebbe aiutato nessuno. Mi sono fatto coraggio e ho nuotato fino ad attraversare il fiume».

Quella notte morirono otto persone. Altre furono salvate da uomini che, mentre la città sprofondava nell’acqua, avevano scelto di entrare dove nessuno avrebbe voluto. Grasso non ha mai cercato medaglie: il 23 settembre 2017, l’allora ministra della Difesa, Roberta Pinotti, venne a Livorno per ringraziare Grasso, Scaccia e Topa per aver salvato una vita. «Non abbiamo mai cercato riconoscimenti. Spesso non sono arrivati, ma non è per quello che fai questo lavoro», precisa. Da allora sono passati nove anni. La divisa è appesa altrove, la vita è ricominciata. Ma certe notti non finiscono con l’alba. «Con i miei colleghi ci vediamo meno, ognuno ha preso la sua strada – conclude Grasso – . Ma l’Esercito ci ha insegnato una cosa: si è fratelli per sempre».

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