Alluvione a Livorno: «Quel tragico evento ha fatto scuola e oggi il mare è ancora più caldo»
Giulio Betti, esperto del Cnr e del Consorzio Lamma spiega come il clima oggigiorno stia cambiando in fretta
LIVORNO. Il nove che ritorna, come una cifra che Livorno non riesce a scrollarsi di dosso. Nove settembre, nove anni dopo. Quando questo giornale sarà nelle edicole, la prima ondata di maltempo annunciata sulla Toscana per la giornata di oggi dovrebbe essersi già manifestata: i fenomeni più intensi erano previsti tra le 2 e le 5 di questa mattina, con Livorno, Pisa e Firenze tra le province più esposte. Poi un secondo passaggio tra le 14 e le 17.
La coincidenza dei numeri fa impressione. Il nove come data, il nove come gli anni trascorsi dalla notte del 2017, il nove come l’ultima sera prima che quella tragedia entrasse nel calendario della città. Allora la pioggia cominciò a battere forte nelle ultime ore del 9 settembre e raggiunse l’apice quando era ormai il giorno 10. Stavolta la prima finestra critica era indicata nel cuore della notte fra il 9 e il 10, con convergenze previste davanti alle coste pisane e livornesi e accumuli molto diversi anche nel giro di pochi chilometri.
Oltre la suggestione delle date c’è una domanda: perché episodi di questo tipo sembrano diventati più frequenti e violenti? A rispondere è Giulio Betti, climatologo e meteorologo del Cnr e del Consorzio Lamma. «Questi fenomeni c’erano anche in passato, ma non così. Frequenza, intensità e condizioni di partenza sono completamente cambiate – spiega – . Una volta poteva accadere ogni tanto. Adesso ogni anno, in zone diverse della Toscana, registriamo episodi simili».
«L’episodio del 2017 ha fatto scuola, ma prima ci furono eventi molto importanti: nel 2011 in Lunigiana, con 375 millimetri a Pontremoli, poi nel 2012 nel Grossetano. Livorno fu dello stesso tipo: fenomeni costieri alimentati da un mare molto caldo», sottolinea il meteorologo.
È qui che il cambiamento climatico entra nella spiegazione. «Il problema è che oggi non è calda soltanto la superficie: è un abbondante spessore del mare a trattenere calore – sottolinea – . Nel mar Ligure e nell’Alto Tirreno arriviamo ad avere temperature di 3, 4, 5, perfino 6 gradi sopra la media. Quest’anno, a fine agosto, mar Tirreno e mar Ligure hanno avuto valori superficiali paragonabili a quelli di mari tropicali, sui 29-30 gradi».
Un mare tropicalizzato alle nostre latitudini significa una riserva di energia pronta a essere utilizzata dalle perturbazioni. «Qui una perturbazione entra e trova un mare che, per due o tre mesi l’anno, ha caratteristiche tropicali – prosegue Betti – . L’eccesso di calore della superficie marina fornisce energia soprattutto ai sistemi temporaleschi».
Non solo calore. Anche acqua. «Per ogni grado di aumento della temperatura media terrestre, l’atmosfera può contenere circa il 7-8 per cento in più di vapore acqueo – precisa – . Un mare più caldo favorisce l’evaporazione e mette a disposizione più vapore. La perturbazione trova energia e acqua. La conseguenza sono fenomeni estremi».
Nel 2017, ricorda Betti, il mare era già più caldo della media. «Ma oggi lo è ancora di più – spiega – . Quest’anno siamo arrivati a un apice, a valori da record». La costa paga un prezzo particolare: «Le aree costiere sono affacciate direttamente alla fonte di calore e vapore acqueo. Se alle spalle ci sono rilievi, anche di poche centinaia di metri, il fenomeno può intensificarsi ulteriormente».
Non servono montagne. «Bastano anche colline. E poi c’è il problema del ruscellamento: l’acqua prende velocità lungo i pendii. In pianura puoi avere allagamenti, ma non quell’accelerazione», dice. Montenero, Castellaccio, le colline alle spalle della città: nel 2017 l’acqua scese da lì con una forza devastante. «L’intensità della pioggia unita alla pendenza fa la differenza. Va considerata anche la morfologia del territorio», evidenzia.
L’altra parola chiave è persistenza. «Spesso si formano sistemi temporaleschi che restano per ore sulla stessa zona e fanno fatica a spostarsi». Betti corregge anche un’espressione entrata nel linguaggio comune: «In realtà non esistono temporali “autorigeneranti”. Si formano temporali diversi lungo la stessa linea: una cella scarica, poi ne nasce un’altra, e un’altra ancora. Sono sistemi multicellulari». Una successione che, anche per effetto delle convergenze tra Scirocco e Libeccio, può scaricare quantità eccezionali d’acqua su aree ristrette.
Come ci si difende? «La prima cosa è l’allertamento precoce: seguire le allerte ufficiali, gli aggiornamenti e il monitoraggio. L’early warning è fondamentale – sottolinea – . Serve la messa in sicurezza del territorio e servono politiche di adattamento al cambiamento climatico». Sulla costa significa ripristinare dune e vegetazione capaci di trattenere acqua e attenuare il moto ondoso; nell’entroterra riforestazione, manutenzione dei sistemi idraulico-forestali, canali e opere capaci di rallentare il ruscellamento.
E poi le città. «Più una città è verde, più ha prati, alberi e superfici permeabili e meno cemento, più riduce ruscellamento e ristagno», conclude. Betti cita anche il recupero di aree industriali abbandonate come spazi assorbenti dove far confluire parte delle acque di piena. Perché nove anni dopo quella notte la memoria non può restare memoria: se il clima cambia, devono cambiare anche le città e il modo in cui imparano a difendersi.l
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