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Livorno

L'intervista

Livorno, spari a una bimba - Per Canaccini l'incubo è finito: «Io estraneo, ma lo sapevano tutti»

di Stefano Taglione
A sinistra Fabio Canaccini. A destra la bambina ferita alla testa
A sinistra Fabio Canaccini. A destra la bambina ferita alla testa

Il presidente dell'Atletica Livorno era stato indagato per lesioni. A casa sua la polizia sequestrò una Beretta: «Si è preferito dare ascolto ad alcune persone, senza valutare subito le prove. Le telecamere mi scagionano, le condizioni della pistola anche. Io quando è stato esploso il colpo stavo mangiando una pizza con mia moglie. Per tre ho vissuto nel limbo»

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LIVORNO. «Per tre anni una spada di Damocle. Ora è finito l’incubo. Ero consapevole di essere innocente, ma la mia famiglia ha sofferto moltissimo. È dall’estate del 2023 che chiedevo cosa stesse succedendo a livello giudiziario: non ho mai saputo niente. Non è giusto».

Fabio Canaccini – 75 anni, ex dirigente del Comune e presidente dell’Atletica Livorno – era indagato per lesioni aggravate perché sospettato di aver sparato a una bambina di 11 anni nel parco fra via Gobetti e via Mastacchi, davanti a casa sua. La sua posizione è stata archiviata. La polizia, dopo il fatto, gli aveva sequestrato una Beretta calibro 7,65, ma poi è emerso che «non poteva aver esploso quel tipo di proiettile» e che, visionate le telecamere, «in quel momento» il pensionato «stava cenando con la moglie».

Canaccini, cosa ha provato quando ha saputo dell’archiviazione?

«Un grande sospiro di sollievo, soprattutto per la mia famiglia. In cuor mio sapevo di non aver fatto niente. È stata la fine di un incubo. Per tre anni ho vissuto nel limbo».

Come ha vissuto quei primi giorni?

«Male. La polizia è venuta a casa mia e avevo un’arma da fuoco appartenuta a mio padre. Dopo tre giorni c’è stata un’altra perquisizione e poi una terza. Il primo mese l’ho vissuto male, poi mi sono tranquillizzato, forte dei filmati delle telecamere».

Che cosa mostravano?

«Io quella sera ero in casa. Ero in giardino, poi sono entrato per fare la doccia. Si vede che entro in casa nudo, mi vesto e poi mangio una pizza. Avevo proposto subito agli investigatori di guardare i filmati e consegnato il registratore con le immagini».

Eppure è rimasto indagato per tre anni.

«Ho ricevuto l’avviso di garanzia, ma non ho mai saputo che un anno e mezzo fa il pm aveva chiesto l’archiviazione. L’ho scoperto perché i genitori hanno fatto opposizione e il giudice per le indagini preliminari ha valutato la richiesta. Fra l’altro fin dai primi giorni i bimbi che frequentavano il parco mi dicevano di sapere che non ero il responsabile. E anche la polizia riteneva impossibile che quell’arma avesse sparato».

Cosa non ha funzionato, secondo lei?

«La cosa che mi meraviglia è il comportamento degli agenti che ha dato origine a tutto questo. L’ho sottolineato anche al questore. Secondo me si è partiti male. Gli inquirenti mi hanno accusato sulla base delle parole di alcune persone, mentre bisognava verificare le prove».

Si riferisce a chi quella sera indicò la sua abitazione?

«Esatto».

E la Beretta sequestrata?

«Era una vecchia 7,65 di mio padre, chiusa in cassaforte e avvolta in un panno. Il “pallino” però era stato sparato da un’arma ad aria compressa».

Chi è quindi il colpevole?

«Non lo so, i bimbi stavano giocando, credo sia successo tutto lì. La piccola è stata colpita a cento metri da casa mia. Per arrivare fin lì e colpirla sarebbe servita una precisione incredibile».

Un cecchino, insomma.

«Sì, non ci sarei riuscito neanche volendo. È incredibile anche solo pensarlo». l © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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