Il Tirreno

Livorno

Lo sfogo

«Hanno distrutto il nostro sogno, giocare nel Livorno»: lo sfogo di Lucarelli jr e Apolloni

di Stefano Taglione
Mattia Lucarelli, l'avvocato Leonardo Cammarata e Federico Apolloni
Mattia Lucarelli, l'avvocato Leonardo Cammarata e Federico Apolloni

I due calciatori raccontano la grande rinuncia alla quale l’indagine li ha costretti: «Per noi vestire la maglia amaranto era tutto, una possibilità che abbiamo perso»

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LIVORNO. «Immagina di avere 22 anni. Immagina di realizzare, insieme al tuo migliore amico, il sogno che avevi da bambino: indossare la maglia della squadra della tua città, quella che hai sempre amato, quella che rappresentava tutto. Per noi era il Livorno. Non era solo una squadra. Era il sogno di una vita. Era il traguardo che inseguivamo da sempre. Era la sensazione che, finalmente, dopo anni di sacrifici, la vita ci stesse sorridendo. Poi, all’improvviso, tutto si ferma. Un’accusa grave. Ingiusta. Più grande di noi. Da un giorno all’altro non sei più un ragazzo che sta inseguendo il proprio sogno. Diventi un nome associato a qualcosa che non ti appartiene. Abbiamo perso la possibilità di continuare quel percorso».

Inizia così il messaggio affidato ai social dai ventiseienni Mattia Lucarelli, figlio dell’ex bomber amaranto Cristiano, e Federico Apolloni. Entrambi, in quegli anni, giocavano nel Livorno. E si rammaricano di aver perso quella possibilità, quel sogno che avevano fin da bambini, a causa dell’arresto (pochi mesi ai domiciliari) in seguito all’inchiesta per quella che la procura milanese reputava una violenza sessuale di gruppo nei confronti di una studentessa americana di 22 anni conosciuta, nella notte fra il 26 e il 27 marzo del 2022, fuori dalla discoteca “Gattopardo” di Milano e accompagnata poi in un appartamento del quartiere di Porta Romana, dove abitava Lucarelli jr. Con loro gli amici Giacomo Bernardeschi (27 anni), Gabriele Meini e Matteo Baldi (di 26), come loro assolti dalla corte d’appello di Milano, che ha ribaltato la pronuncia di condanna di primo grado del giugno del 2024 che aveva inflitto tre anni e sette mesi di reclusione ai due calciatori, due anni e otto mesi a Meini e due anni e cinque mesi a Baldi e Bernardeschi.

All’epoca dei fatti, Lucarelli jr, giocava per la Pro Sesto, a Sesto San Giovanni, alla periferia del capoluogo lombardo. Al momento dell’arresto, tuttavia, era tornato a Livorno. Proprio in merito a questo aspetto, poche ore dopo la sentenza di secondo grado, l’allora presidente amaranto Paolo Toccafondi, commentando un post su Facebook del padre di Mattia, Cristiano, aveva scritto: «Amico mio, siccome so sulla mia pelle cosa voglia dire in termini di sofferenza, non sono un politico e sono strafelice per Mattia, in c... a chi mi chiese di metterlo fuori rosa! A buon intenditore...». Il ventiseienne oggi gioca per una squadra della nostra città, non il Livorno calcio, ma la Pro Livorno Sorgenti. Apolloni, invece, ha vestito le maglie di Real Forte e Cenaia, mentre attualmente è tesserato per il Viareggio. Nel loro lungo messaggio in cui si sfogano dopo la decisione dei giudici, hanno pubblicato una foto scattata nel capoluogo lombardo insieme al loro avvocato, Leonardo Cammarata.

«Abbiamo dovuto lasciare ciò che avevamo sempre desiderato. Abbiamo visto cambiare le nostre vite, dentro e fuori dal campo. Anni di silenzio. Anni di giudizi. Anni in cui siamo stati esposti e raccontati mentre la verità non era ancora emersa – scrivono ancora –. A chi invece in questi anni ha parlato, giudicato e sentenziato senza conoscere fatti, atti o realtà, vogliamo dire una cosa con rispetto: le opinioni hanno valore quando si fondano sulla conoscenza. Quando non si conoscono i fatti, il silenzio spesso è più dignitoso del giudizio. E se davvero si vuole comprendere una vicenda, prima di commentarla o alimentare polemiche sterili, è sempre meglio informarsi, approfondire e cercare la verità. È arrivata una decisione. Siamo stati assolti». Poi la conclusione. «Accogliamo questo momento con rispetto e lucidità. Sappiamo – concludono – che il percorso non è ancora concluso e che ci sono ancora tempi da attendere. Ma oggi possiamo affermare una cosa semplice: la verità esiste. E merita tempo per essere riconosciuta. Noi ripartiamo da qui. Con maggiore consapevolezza. E con la volontà di guardare avanti». La sentenza, se il procuratore generale della corte d’appello deciderà di non fare ricorso in Cassazione, passerà in giudicato il 5 settembre: serviranno 90 giorni per le motivazioni e negli altri 45 ci sarà la possibilità dell’appello. l © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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