Livorno, Lucarelli e Apolloni assolti. C'è tempo fino al 5 settembre per il ricorso in Cassazione: la ragazza risarcita
L’accordo stipulato fra le parti resta nonostante la nuova pronuncia che ha ribaltato quella di primo grado del tribunale di Milano
LIVORNO. Novanta giorni per il deposito della sentenza. Altri 45 ne avrà a disposizione il procuratore generale della corte d’appello se vorrà fare ricorso in Cassazione. Il 5 settembre l’assoluzione per violenza sessuale di gruppo di Mattia Lucarelli, Federico Apolloni, Giacomo Bernardeschi, Gabriele Meini e Matteo Baldi potrebbe passare in giudicato. Cruciali saranno le motivazioni: solo leggendole il pg potrà decidere di appellarsi all’ultimo grado della giustizia italiana. Potrebbe non farlo. In questo caso la pronuncia diventerà definitiva, altrimenti bisognerà aspettare ancora. Servirà, insomma, la decisione dei giudici supremi.
L’iter processuale
La sentenza di due giorni fa ha smontato completamente l’impianto accusatorio, ribaltando il verdetto del tribunale di Milano. In primo grado Lucarelli e Apolloni – in rito abbreviato, con lo sconto automatico di un terzo della pena – erano stati condannati a tre anni e sette mesi di reclusione, Meini a due anni e otto mesi, mentre Bernardeschi e Baldi a due anni e cinque mesi. Responsabilità tutte cancellate dalla corte d’appello meneghina, che li ha assolti. Secondo il primo grado la studentessa statunitense che i cinque avevano conosciuto fuori dalla discoteca “Gattopardo”, accompagnandola poi nell’appartamento di Porta Romana in uso al figlio dell’ex bomber amaranto, dove secondo l’accusa era avvenuto lo stupro, era ubriaca e incapace di esprimere un «valido consenso» al rapporto sessuale. «Nessuno ha espresso la volontà di dissociarsi» e «quello serbato dagli imputati», si legge negli atti, «non è stato un mero contegno passivo». «Lo stato di intossicazione» in cui quella notte si trovava la vittima, «palesemente ubriaca», era tale da «compromettere in parte la sua capacità di movimento». Per il giudice non vi era «dubbio che l’intento iniziale degli imputati fosse quello di indurre la persona offesa a un rapporto sessuale con tutti o alcuni di loro». Sarebbe stata «indotta» e non «costretta». Per questo c’era stata una modifica al capo di imputazione. In attesa di leggere le motivazioni d’appello, si può ipotizzare che – sulla scia di quanto sostenuto dalle difese, ovvero dagli avvocati Leonardo Cammarata, Giuseppe Ales, Silvia Del Corso, Francesca Nobili e Margherita Benedini – la giovane, al momento dei fatti, sia stata ritenuta non ubriaca e quindi capace di opporsi. Non l’ha fatto e dunque «il fatto non sussiste». Da qui le assoluzioni.
Il risarcimento
Dopo la sentenza di primo grado i cinque ragazzi avevano anche raggiunto un accordo, coperto da riservatezza, con la ragazza. Si tratta di un risarcimento, il cui importo non è mai stato reso noto. Per questo la studentessa, avendo ritirato la costituzione di parte civile, in aula non si è più presentata. Anche alla luce della sentenza il risarcimento resta tale. Resta indipendente dalla decisione dei giudici.
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