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Livorno e le donne-muse di Ardenza: «Il fascino femminile tra cultura, arte e passioni»


	A sinistra Angiolina Ortolani Tiberini (collezione Ruiccardo Ciorli); a destra due giovani donne livornesi in una foto d'epoca della Biblioteca labronica
A sinistra Angiolina Ortolani Tiberini (collezione Ruiccardo Ciorli); a destra due giovani donne livornesi in una foto d'epoca della Biblioteca labronica

L'architetto Riccardo Ciorli: «Nell’ 800 furono motori di grandi cambiamenti»

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LIVORNO Le donne livornesi sono figure storiche e contemporanee che spaziano dall'artigianato alla letteratura, dalla politica all'arte, rappresentando la ricchezza multiculturale e la forza di una città portuale.

Il primo caso che la cronaca riporta è quello di una certa Antonia Bremonti che in una cronaca del 30 luglio 1751 descrive come una donna che a Livorno “non vi è di più scandalosa” perché era in “andare vestita in abito da uomo, cingendo spada, e facendosi veder spesso a cavallo in tale abito, galoppando per la città”.

Le donne livornesi nell' 800, pur vivendo in una società che ne limitava i ruoli (casa e procreazione), emersero come figure significative in ambito artistico sociale e culturale, sfidando le convenzioni attraverso passioni private e, più tardi, con iniziative pubbliche e memorie dedicate, rappresentando la tenacia femminile in un periodo di grandi cambiamenti urbanistici e sociali.

Nella Livorno dell’epoca si trovano pittrici come Leonetta Pieraccini Cecchi e Elin Danielson Gambogi (pittrice finlandese stabilitasi a Livorno) e tra Ardenza e Montenero la scultrice Funaro e Laura Franco Bedarida, un'altra scultrice. Quando ancora l’abitato di Ardenza era limitato alle case vicino al ponte sul Rio Ardenza tra la fine dell’ 800 e i primi decenni del ‘900, Livorno era considerata una delle capitali italiane del turismo balneare, in cui si organizzavano eventi mondani come la prima della Cavalleria Rusticana di Mascagni, al Goldoni, nell’agosto del 1890 e l’arrivo del tenore Enrico Caruso che nell’estate del 1897 si esibì nella Boheme di Puccini. Ardenza stagionalmente era il centro di questo mondo, con gli “uomini che sventolavano la paglietta quando sotto il terrazzo della villa Tiberini ascoltavano il suo melodioso e attraente canto”.

Erano gli anni delle muse ispiratrici come Ida di Sanromerio vedova di Giobatta che nel suo giardino ricco di statue e peschiere amava intrattenere ospiti. Si racconta che il grande gazeb, ancor oggi visibile nel giardino della villa, lungo la riva del Rio Ardenza sia stato eretto dal ricco mercante Chayes che lo aveva rivestito di corallo e dove erano soliti incontrarsi. Secondo lo scrittore Yorick figlio di Yorick ( Coccoluto Ferrigni) sul lido di Ardenza s’incontravano “riposati e senza riposo, blasonati o cosiddetti tali, inguantati e sguantati”. Non sono mancati drammi come quella della ballerina dei Granducali Casini di Ardenza che struggendosi nell’attendere il ritorno del proprio uomo dal mare, una volta capito che non sarebbe più venuto, quando il Libeccio trasforma lieti lidi in una bolgia dantesca, salì sullo scoglio tra Ardenza e Antignano e si lasciò andare tra i flutti. Nessuno la vide mai più né fu mai ritrovato il corpo. Si racconta che ancora si intravede il suo fantasma ballare tra le onde.

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di Redazione Toscana