Il Tirreno

Livorno

Storia e memoria

Facchini, doganieri e poi danarosi mercanti: ecco la comunità svizzera di Livorno ieri e oggi

di Franco Marianelli
Facchini, doganieri e poi danarosi mercanti: ecco la comunità svizzera di Livorno ieri e oggi<br type="_moz" />

Dal 1831 la “casa” della Nazione Elvetica in città è lo storico palazzo di via Ernesto Rossi. La presidente Fluri: «Ci diamo da fare per ristrutturarlo: vorremmo farci un asilo 0-6» 

3 MINUTI DI LETTURA





Livorno In quel di Losanna o Lugano non c’è da stupirsi se tra gli affreschi di qualche chiesa spunta un volto familiare: la Madonna di Montenero che quegli svizzeri, che a suo tempo emigrarono a Livorno, nel ritorno a casa portarono nel cuore e nei luoghi sacri. Accanto alla sacra effigie potrà essere visibile un “Bdl” che sta a significare “Benefattore di Livorno”. La Nazione Elvetica per notorietà è un po’ la Cenerentola fra le comunità che popolarono Livorno ma da sempre ha mantenuto una propria identità tramite la Società Svizzera di Mutuo Soccorso.

Ancora oggi, dal 1831, vive e opera nella storica sede di via Ernesto Rossi lo stesso luogo che sino al 1938 ospitò il consolato elvetico. A fare gli onori di casa, oltre Margherita Wassmuth discendente di una fra le più note famiglie in questione, la presidentessa della società Marie -Jeanne Fluri – Borelli. Specifica come nella sede di via Rossi ci siano sia «il circolo degli svizzeri che la società ( 35 circa gli associati) che fanno ambedue parte del “collegamento svizzero” in Italia che si occupa di società di beneficenza, scuole, chiese».

E ancora: «Fa strano pensare che gli svizzeri, tradizionalmente considerati ricchi, scesero Livorno, soprattutto dalle valli del Canton Ticino, per lavorare come facchini al porto: ma è proprio così», racconta Giangiacomo Panessa, docente universitario e autore di un saggio sulla presenza di questa comunità a Livorno. È nella sede degli elvetici-livornesi di via Rossi col collega Massimo Sanacore, ex direttore dell’Archivio di Stato. Correva l’anno 1631 quando grazie ad una specifica autorizzazione del Granduca una cinquantina di svizzeri fondarono in porto una propria compagnia di facchinaggio. Gli svizzeri fecero poi carriera e alcuni di essi diventarono doganieri. Una comunità molto unita che ogni qualvolta arrivava a Livorno qualche altro ticinese (la maggior parte degli svizzeri proveniva da quel cantone) per una simpatica prassi, durante i festeggiamenti, versavano loro un bicchiere di vino sulla nuca.

Tornando ai facchini, i livornesi doc cominciarono ad innervosirsi verso questi lavoratori: a loro giudizio sottraeva occupazione ai locali. «Se la prima emigrazione svizzera fu dei facchini la seconda, intorno al 1830, fu di danarosi mercanti fra cui cognomi ancora oggi di riferimento come Kotzian , Ott, Wassmuth, Zanda,Moschini e Ambrosini».

È del 1837 la nascita della Banca di Livorno diretta da svizzeri e israeliti. Di rilievo un censimento del 1898 che afferma come a Livorno ci siano ben 1200 svizzeri in gran parte provenienti dal citato Canton Ticino e da quello dei Grigioni.

Addirittura in città c’era un bar chiamato “L’elvetico” e lo stesso storico Caffè Bardi di piazza Cavour appartenne alla famiglia svizzera Fehl. Non poteva mancare una famiglia di orologiai ( Bergeon), poi la pasticcerie Bezzola in piazza della Repubblica ed Hemme di via Ricasoli, lo spazzacamini Giovanni Cavalli, i liquori Corradini, la birra e gazzosa della famiglia De Giacomi, poi le stoffe di Kotzian, la torrefazione Meschini,il fotografo Angelo Monotti. Di rilievo la presenza in città della famiglia Viesseux (il cui capostipite Pietro fu il padre di quel Giovan Pietro Viesseux che dette vita all’omonimo “gabinetto” fiorentino) e della famiglia Wassmuth ancor oggi operativa in campo assicurativo, dei trasporti e del commercio. È il cimitero Olandese-Alemanno di via Mastacchi a conservare poi i defunti della Nazione Svizzera. «Un ringraziamento a Matteo Morelli, segretario della società – ricorda Fluri – che assieme a noi si dà da fare per la ristrutturazione del palazzo di via Rossi: ci piacerebbe farci un asilo per i bambini da zero a sei anni». l

In evidenza

Esteri

Mar-a-Lago, ventenne cerca di entrare nella residenza di Trump: ucciso

di Redazione web