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Smartphone, tablet e social: come proteggere i bambini – Cosa dicono i pediatri

di Juna Goti

	La Società Italiana di Pediatria consiglia di evitare l’uso di dispositivi digitali nei bambini sotto i 2 anni e di limitarlo a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni
La Società Italiana di Pediatria consiglia di evitare l’uso di dispositivi digitali nei bambini sotto i 2 anni e di limitarlo a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni

Le linee della Società di pediatria arrivano sui banchi del consiglio comunale. Il primario Roberto Danieli: «Niente cellulare sotto i due anni e non compratelo prima dei 13. Vietare non è la soluzione definitiva perché il digitale ormai fa parte della nostra vita»

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LIVORNO. Il cellulare piazzato tra il piatto e il bicchiere mentre il bambino mangia. O peggio ancora attaccato al maniglione del passeggino, con i video che scorrono a gogo, quando non è neppure in età da asilo. Ormai ci sono decine di studi che mettono in guardia le famiglie sui rischi e sui danni che derivano da un uso eccessivo o incontrollato di smartphone e dispositivi digitali, sia in età pediatrica che adolescenziale. E forse non esagera chi dice che proprio la gestione dei cellulari è oggi il lavoro più difficile per chi si esercita nel bellissimo ma delicato, e quasi mai semplice, mestiere di genitore.

La Società italiana di pediatria ha appena aggiornato le regole per un uso più corretto possibile di questi strumenti, sulla base della letteratura scientifica recente. Con una convinzione di fondo: “Ogni anno senza digitale è un investimento per la salute”. Se l’uso arriva troppo presto o troppo spesso, il rischio, dimostrato, è di influenzare il sonno, la salute (miopia, sovrappeso), l’attenzione e l’apprendimento (con anche ritardi nel linguaggio), l’umore, la capacità di relazionarsi con gli altri, senza contare il capitolo della sicurezza online, tra contenuti non appropriati e cyberbullismo.

Le ultime linee guida della società dei pediatri sono chiare: evitare l’accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni e rinunciare almeno fino a quell’età all’acquisto di uno smartphone personale; ritardare il più possibile l’uso dei social; niente dispositivi a tavola e prima di dormire; più attività all’aperto, sport, lettura e giochi creativi; supervisione e dialogo costanti; nessun dispositivo sotto i 2 anni, meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e meno di due ore dopo i 5 (sempre sotto la supervisione degli adulti).

Da qui muove un atto che è stato presentato da Protagonisti per la città e che sarà discusso oggi dal consiglio comunale. Primo firmatario il primario Roberto Danieli, che da anni guida il reparto di pediatria dell’ospedale.

Dottore, perché avete scelto di portare un tema come questo all’attenzione del Consiglio?

«Perché riguarda da vicino il futuro dei nostri ragazzi. Viene dopo altre mozioni che avevamo presentato su temi più ampi, come il disagio giovanile, dove il digitale entra di diritto. Partiamo dal fatto che recentemente sono state pubblicate le linee guida della Società italiana di pediatria sull’uso corretto dei dispositivi digitali: un’analisi della letteratura fatta da una società scientifica che ha pieno titolo per parlare di questi argomenti. La Sip ha esaminato più di 6.600 articoli e sono venuti fuori tutti i danni di un utilizzo improprio del digitale: non solo danni sul versante fisico, quindi obesità, alterazione del sonno, della vista, ma anche della vita relazionale e in generale cognitiva ed emotiva. Questo è quello che ci dobbiamo aspettare per il futuro se non facciamo niente». Un attimo di silenzio: «Sa che se andiamo a vedere la struttura cerebrale, con le neuroimmagini, nei pazienti che hanno una dipendenza digitale, si trovano alterazioni simili a quelle di pazienti che hanno una dipendenza da nicotina».

Come fossero drogati. Ma un genitore come può accorgersi che qualcosa non va?

«Purtroppo i dati ci dicono che un terzo dei nostri ragazzi nella fase adolescenziale sta davanti ai dispositivi più di cinque ore al giorno, arrivando secondo me anche a 9-10. Spesso dormono con i cellulari vicino e questo può alterare i meccanismi del sonno, la performance scolastica, la capacità di attenzione. Come possono accorgersene i genitori? Semplicemente standoli a guardare. La Sip ha dato delle indicazioni, il sunto è che ogni anno senza digitale (o digitale senza controllo) è un investimento sulla salute. L’indicazione è in particolare di rinviare lo smartphone personale dopo i 13 anni».

Invece un bambino su tre, anche a Livorno, ce l’ha prima dei 10.

«Sì. Come sa, la Svezia li ha proibiti a scuola sotto i 16 anni, anche la Spagna sta andando in una direzione simile. Ora, se posso fare una critica, io non penso che il divieto sia risolutivo (può essere uno strumento per chiedere alle piattaforme più attenzione nella strutturazione degli algoritmi)».

Non vietare del tutto, ma educare?

«Esatto, perché il digitale ormai fa parte della nostra e della loro vita, è uno strumento importante per la socializzazione, anche per lo studio».

Quindi? Cosa si può fare?

«È importante fornire alternative: attività all’area aperta, spazi di aggregazione, sport, gioco creativo, tutte cose che mancano un po’ nel quotidiano dei nostri ragazzi. Poi come genitori bisogna cercare di mantenere supervisione, dialogo e controllo, in tutte le età. E dare il buon esempio: non posso dire che non si usa il cellulare a tavola e poi lo faccio io, papà o mamma, per primo. Il messaggio, per passare, deve essere autorevole e l’autorevolezza passa attraverso l’esempio. A parole è tutto semplice, lo so. Ma una società importante ci ha dato la dimostrazione di cosa avviene a livello fisico e mentale con un utilizzo non adeguato di questi strumenti e ha fornito indicazioni abbastanza precise, proviamo a seguirle».

Lei dal suo “osservatorio” di Pediatria cosa vede?

«Io non vedo un bambino in reparto (noi li gestiamo fino a 16 anni) che non faccia un uso ultrafrequente del cellulare. Spesso è un utilizzo routinario, come gesto consolatorio, ma anche questo comporta delle conseguenze, perché riduce la capacità di autoregolazione emotiva e aumenta la dipendenza dallo stimolo digitale».

Il consiglio qual è?

«Intanto conoscere le conseguenze, per esempio chi sta più di due ore al giorno al cellulare ha il 67 per cento in più di possibilità di diventare obeso. Prendere conoscenza del problema, non vietare semplicemente, dare esempi positivi, fornire alternative e controllare. Guardi, mi devo confrontare con i colleghi, mi chiedo se non si debba cominciare anche noi pediatri, in reparto, a fare educazione digitale, consegnando un decalogo alla dimissione dei bambini un po’ più grandi con le indicazioni date dalla Sip. È chiaro che è un problema mondiale e non sarà certo questa mozione a spostare gli equilibri, ma vuole essere un segnale».

Cosa può fare, però, un ente come il Comune? In cosa chiedete che si impegni?

«Lo scopo della mozione è sensibilizzare e impegnare a una presa in carico del problema, secondo modalità che sono già in parte attive sia nel comune, sia nell’Asl, sia nelle cooperative, come la San Benedetto. Si tratta di coordinare le iniziative attraverso meccanismi che possano essere gestiti, per esempio, nelle scuole, con attività mirate rivolte ai bambini e ai genitori».
 

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