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Demenze e Alzheimer, a Livorno in un anno diagnosi aumentate del 25%: «E i numeri raddoppieranno»

di Martina Trivigno

	Sono 90mila le persone con demenze neurodegenerative in Toscana (foto di repertorio)
Sono 90mila le persone con demenze neurodegenerative in Toscana (foto di repertorio)

Oltre 1.000 pazienti seguiti dalla Neurologia livornese. Il primario: «Il 30 per cento di queste malattie può essere prevenuto o rallentato: lo stile di vita è fondamentale»

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LIVORNO. In un solo anno le diagnosi di demenze neurodegenerative, come l’Alzheimer, sono aumentate del 25 per cento. Per questo – spiega Gianluca Moscato, primario della Neurologia di Livorno – l’attenzione deve restare sempre alta.

Dottore, qual è oggi la situazione a Livorno?

«A Livorno seguiamo oltre un migliaio di pazienti affetti da demenza, presi in carico dall’équipe di Neurologia degli Spedali Riuniti. E soltanto nell’ultimo anno, le nuove diagnosi sono aumentate del 25 per cento rispetto al 2024. E non parliamo di un picco isolato: è un trend destinato purtroppo a crescere».

Un aumento che riflette quello nazionale?

«Sì. In Italia, alla fine del 2024, si stimavano circa 1 milione e 430 mila persone affette da demenza. Le proiezioni ci dicono che questo numero è destinato quasi a raddoppiare entro il 2050. Quando parliamo di demenze parliamo di un grande contenitore che include molte patologie diverse, ma la malattia di Alzheimer è di gran lunga la più frequente: rappresenta infatti circa il 60 per cento di tutte le demenze».

E in Toscana qual è il quadro?

«In Toscana nel 2023 (l’ultimo dato regionale disponibile, ndr) erano stimate circa 85-90mila persone con demenza. Anche qui la tendenza è in aumento ed è perfettamente sovrapponibile ai dati nazionali. Va ricordato che la Toscana ha una delle popolazioni più anziane d’Italia: circa il 26-27 per cento dei residenti ha più di 65 anni. Poiché la demenza è una patologia fortemente legata all’età, è evidente che il problema, nella nostra regione, assume un peso rilevante».

I numeri che cita riguardano solo le forme più comuni?

«Sì, parliamo delle cosiddette demenze “late onset”, cioè quelle che insorgono dopo i 65 anni. A questi dati vanno però aggiunti circa 1.500 casi, sempre riferiti al 2023, di demenze “early onset”, che colpiscono persone tra i 35-40 e i 64 anni. Inoltre c’è un altro dato molto importante: circa un milione di persone in Italia è affetto da “Mild cognitive impairment”, il cosiddetto decadimento cognitivo lieve».

Che cos’è esattamente?

«È una condizione in cui la persona inizia ad avere disturbi cognitivi, soprattutto di memoria, che però non incidono ancora in modo significativo sulla vita quotidiana. Il punto cruciale è che circa il 50 per cento di queste persone, nell’arco di tre anni, evolve verso una demenza conclamata. Capisce bene che intercettare queste fasi iniziali è fondamentale».

Quali sono i segnali da non sottovalutare? Insomma, quando familiari e caregiver devono iniziare a preoccuparsi?

«Per rispondere bisogna prima chiarire cosa sono le funzioni cognitive: attenzione, memoria, linguaggio, capacità di riconoscere correttamente gli stimoli dell’ambiente e di organizzare risposte adeguate, cioè di vivere e relazionarsi nella società. Nella malattia di Alzheimer il disturbo più caratteristico è quello della memoria».

Ma dimenticare capita a tutti…

«Esatto, ed è un punto fondamentale. Non è che se una persona dimentica un nome o perde le chiavi sia automaticamente affetta da demenza. Il disturbo deve essere persistente e progressivo. Faccio un esempio reale: una persona molto attiva, abituata a fare la spesa sempre nello stesso supermercato, a un certo punto non riusciva più a trovare l’auto nel parcheggio e non aveva alcun appiglio per orientarsi. Quello è stato il primo segnale. Poi il disturbo di memoria è diventato ripetitivo e progressivamente peggiorativo».

Qual è la differenza tra una “normale” distrazione e un segnale patologico?

«Nella distrazione comune, magari legata allo stress o alla stanchezza, prima o poi l’informazione torna: “ah sì, l’auto l’ho parcheggiata lì”. Nella demenza questo non succede: manca completamente l’ancora, il punto di riferimento. Lo stesso vale per il linguaggio: non è il singolo momento in cui una parola non viene, ma un impoverimento lessicale progressivo».

Quindi la parola chiave è persistenza.

«Esattamente. Quando i disturbi persistono nel tempo e incidono sulla vita quotidiana, è giusto fermarsi e approfondire. È fondamentale, prima di tutto, rivolgersi al proprio medico curante che saprà indicare il percorso adeguato da intraprendere. Questo permette di intercettare la malattia in fase iniziale, quando oggi, e ancora di più in futuro, avremo maggiori possibilità terapeutiche».

Come si arriva alla diagnosi di demenza?

«La diagnosi iniziale è clinica e si basa sull’osservazione del paziente e sul racconto dei sintomi. Esistono criteri internazionali che aiutano a definire la presenza di una demenza. Ma questo è solo il primo passo, perché poi bisogna capire quale patologia specifica ne è la causa».

Qual è la prima grande distinzione?

«Tra demenze potenzialmente reversibili o stabilizzabili e demenze irreversibili. Le più frequenti, purtroppo, sono quelle neurodegenerative: in primo luogo Alzheimer, poi la demenza vascolare, legata a problemi ischemici e vascolari, che rappresenta circa il 25 per cento dei casi. Seguono altre forme, come la demenza a corpi di Lewy, spesso associata a sintomi parkinsoniani».

Esistono però forme su cui si può intervenire.

«Sì, ed è importantissimo riconoscerle. Alcune demenze, ad esempio, sono legate a farmaci che deprimono il sistema nervoso centrale, a carenze vitaminiche, a disturbi metabolici come quelli tiroidei o al diabete. Un’altra condizione fondamentale è l’idrocefalo normoteso, una “demenza meccanica” dovuta all’accumulo di liquido nel cervello: in fase precoce, un intervento chirurgico può portare a un miglioramento significativo».

Quali esami vengono effettuati?

«Si parte da test cognitivi semplici, come il “Mini mental state examination”. Se emerge un sospetto, si procede con esami come Tac o risonanza magnetica, ed esami del sangue per escludere cause reversibili. I test neuropsicologici approfonditi aiutano a orientarsi sul tipo di demenza. Nei casi più complessi si può ricorrere alla Pet, a esami sul liquor o, in futuro, a biomarcatori dosabili direttamente nel sangue».

A Livorno come viene gestita la presa in carico dei pazienti?

«Il Centro disturbi cognitivi e demenze (Cdcd), guidato dalla dottoressa Barbara Nucciarone, fa la differenza perché non si occupa solo della diagnosi. Seguiamo circa un migliaio di pazienti livornesi. Oltre alla terapia farmacologica, c’è il supporto domiciliare, la stimolazione cognitiva, l’assistenza sociale, il sostegno psicologico ai caregiver, i centri diurni. È un lavoro enorme, ma indispensabile».

Che dire della terapia?

«È fondamentale sottolineare che non esiste la bacchetta magica. Oltre alle terapie attualmente disponibili, presto potremo contare su un nuovo farmaco, Lecanemab, un anticorpo monoclonale approvato negli Usa che aggredisce le placche di beta-amiloide, una delle alterazioni caratteristiche dell’Alzheimer. Studi clinici mostrano che può rallentare il declino cognitivo nelle fasi iniziali della malattia, ma non tutti potranno usarlo: sarà infatti a somministrazione ospedaliera».

Quanto conta la prevenzione?

«Moltissimo. Si stima che circa il 30 per cento delle demenze possa essere prevenuto o rallentato. L’età è un fattore non modificabile, ma possiamo agire su quelli modificabili: controllo di pressione e diabete, stop al fumo, fare attività fisica, riduzione dell’alcol, attenzione ai traumi cranici, anche quelli ripetuti».

Allenare la mente serve davvero?

«Sì. Il cervello è un organo come gli altri: se lo alleni, funziona meglio. Leggere, studiare, mantenere relazioni sociali, curare l’udito, ad esempio correggendo l’ipoacusia, aumenta la riserva cognitiva e può ritardare l’esordio dei sintomi. Non è una garanzia, ma è una grande opportunità».

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