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Dai banchi del Classico alla Svezia, è livornese l’Indiana Jones dell’archeologia digitale

di Francesca Suggi
Dai banchi del Classico alla Svezia, è livornese l’Indiana Jones dell’archeologia digitale

Giacomo Landeschi, prof all’Università di Lund si racconta: «Con l’AI stiamo cercando di trovare l’antica città etrusco romana di Blera»

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LIVORNO L’ex studente del liceo classico Niccolini Guerrazzi che fu (fine anni Novanta), di strada ne ha fatta. Tanto che, dal quartiere Stazione, è arrivato in Svezia, dove abita ormai da anni: oggi fa il professore associato di archeologia all'Università di Lund. E anche dal Nord Europa la questione della sopravvivenza del suo ex liceo labronico sta molto a cuore. E dice la sua il 45enne con la Terrazza Mascagni e in quartiere Venezia nei suoi luoghi cult quando torna: <La questione del Liceo Classico che rischia di sparire si protrae almeno dagli anni Novanta del Novecento, quando ancora ero uno studente ginnasiale e già allora si formavano a malapena due sezioni ogni anno, la A e la B. Personalmente, l'idea di studiare archeologia mi è venuta quando ancora frequentavo le scuole Medie e in questo certamente il liceo Classico è stato un passaggio quasi obbligato>.

Come è arrivato in Svezia?

“Il mio percorso comincia nel 2008 in Inghilterra nel 2008: qui ebbi occasione nel corso del mio dottorato di ricerca, di trascorrere un periodo di 'visiting' presso l'Istituto di Archeologia dell'Università di Oxford. Fu quella un'occasione fondamentale per la mia crescita professionale, che mi permise di aprire gli occhi su una realtà diversa da quella italiana e capire che non esisteva un solo modo di fare questo lavoro, per così dire. Sono arrivato in Svezia nel 2013”.

Lei è docente di archeologia e ricercatore all’università di Lund. In cosa consiste il suo lavoro?

“L’università di Lund è uno dei più antichi atenei del Paese che si trova a pochi km di distanza da Copenaghen e Malmö. Mi occupo nello specifico di archeologia digitale, quella branca della disciplina che studia nuove applicazioni, basate su sistemi computazionali, per l'analisi e la documentazione del paesaggio e dei materiali archeologici. Arrivai 12 anni fa con una borsa di ricerca postdottorale per lavorare su un nuovo tipo di applicazione per lo studio degli spazi archeologici, dopo aver preso contatto con l'attuale direttore del laboratorio prof Nicolo Dell'Unto, che pochi anni prima si era anche lui trasferito a Lund”.

Archeologia digitale, sarebbe a dire?

“Questa branca della disciplina mi ha permesso di iniziare a lavorare sui dati relativi a un'area di Pompei in cui la missione svedese dello Swedish Pompeii Project per molti anni aveva raccolto dati e documentazione che necessitava di essere organizzata e analizzata in un contesto digitale. Da lì ho iniziato a lavorare su molti progetti di ricerca diversi, non solo di archeologia classica ma anche di archeologia scandinava e preistorica. Nel corso degli anni, insieme ai vari colleghi, svedesi ma anche italiani, ho avuto modo di addentrarmi in contesti del tutto nuovi per me e di sperimentare applicazioni che spaziavano dalla realtà virtuale ai sistemi di Intelligenza Artificiale per l'individuazione semi-automatica di siti archeologici in aree mai precedentemente investigate”.

Può fare esempi di scoperte di siti archeologici mai investigati grazie per esempio all’intelligenza artificiale?
 

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