Italia
Fiorentina, 100 anni e nessun padrone: perché il viola appartiene a Firenze
Da Ridolfi a Commisso, da Bruno Neri a Batistuta: scudetti, ferite, Juventus e rinascite hanno costruito un’identità collettiva
Il 1° agosto 2002 la Fiorentina muore sulla carta e rinasce davanti a un notaio. La Federcalcio cancella il titolo sportivo della società di Vittorio Cecchi Gori, il sindaco Leonardo Domenici costituisce la Fiorentina 1926 Florentia e ne diventa presidente. Nel verbale federale compare una formula sentimentale: bisogna garantire una squadra che sia «espressione della città di Firenze». Di chi è davvero la Fiorentina?
Nei registri ha avuto molti padroni. Firenze li ha sempre considerati usufruttuari. Vale perfino per il primo. Nel 1926 il marchese Luigi Ridolfi, gerarca fascista, mette insieme Club Sportivo e Libertas mentre il regime favorisce le squadre metropolitane. La Fiorentina nasce dunque anche dal potere, perfino violento, oppressivo. Lo stadio di Nervi viene intitolato allo squadrista Giovanni Berta. Eppure, proprio lì, nel 1931, una fotografia incrina la coreografia: i calciatori salutano romanamente le autorità, Bruno Neri tiene il braccio basso. Tutti ossequiano, obbediscono. Tutti tranne uno. Lui. Diventerà partigiano e morirà nel 1944 combattendo i tedeschi sull’Appennino. La squadra nata nel fascismo consegna così all’antifascismo una delle immagini più potenti e politiche del calcio italiano.
Poi cambia l’Italia e cambia Firenze. Negli anni Cinquanta Giorgio La Pira costruisce l’Isolotto, difende il Pignone; la città inventa l’alta moda e torna a pensarsi internazionale. La Fiorentina di Enrico Befani, industriale tessile pratese, e Fulvio Bernardini fa lo stesso sul prato. Nel 1955-56 resta imbattuta per trentatré giornate e vince il primo scudetto con cinque turni d’anticipo. L’anno dopo è in finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid; nel 1961 alza la Coppa delle Coppe. Per qualche stagione Firenze non sfida i grandi: è una grande. Il secondo scudetto, nel 1969, sembra scritto con l’inchiostro di quell’anno. La Fiorentina “yé-yé” è giovane mentre i giovani irrompono nella politica e nel costume. Sarebbe sciocco trasformare De Sisti, Chiarugi e Maraschi in sessantottini in maglia viola. Ma il clima si sente: conquista il titolo a Torino, 2-0 alla Juventus, perdendo una sola partita.
Anche i presidenti raccontano l’Italia: il tessile Befani, i costruttori Pontello, il cinema dei Cecchi Gori, le scarpe dei Della Valle, l’impero delle comunicazioni dell’italoamericano Rocco Commisso. Cambiano soldi e accenti. Non la pretesa di Firenze di avere l’ultima parola.
È qui che entra la Juventus. Più che una rivale, diventa un’idea. Gli Agnelli guidano il club dal 1923 e la Fiat è stata uno dei maggiori centri di potere industriale del Paese. Per una Firenze prima lapiriana, poi a lungo rossa, cresciuta dentro un’economia di piccole e medie imprese, Torino poteva rappresentare l’altra Italia: fabbrica fordista, grande capitale, dinastia sovvenzionata di Stato. Una lettura potente e comoda. Perché la Juventus era pure la squadra di milioni di operai e migranti arrivati a Torino per lavorare. Ma i simboli semplificano ciò che la storia complica.
Il 16 maggio 1982 quella rivalità diventa una ferita che non smetterà di accendere passioni e veleni. Fiorentina e Juventus arrivano appaiate all’ultima giornata. A Cagliari viene annullato un gol a Graziani, a Catanzaro Brady segna su rigore il gol-scudetto bianconero. Firenze conia «meglio secondi che ladri» e trasforma una sconfitta in identità. C’è Antognoni, il 10 che pochi mesi prima era rimasto a terra col cuore fermo dopo lo scontro con Martina e che con 429 presenze diventerà la misura della fedeltà viola. Da allora l’antijuventinismo - le fede contro i “gobbi” - è benzina, un secondo stemma da tatuare sull’altra faccia del cuore viola, ma a volte anche zavorra: un modo per alzarsi contro il più forte o per spiegarsi ogni sconfitta con il Palazzo.
Calciopoli, ventiquattro anni dopo, rende questa storia più scomoda. Rivela un calcio attraversato da relazioni e pressioni opache, ma toglie alla Fiorentina il privilegio dell’innocenza: anche il club viola viene penalizzato. Il lodo Coni esclude un disegno delle istituzioni per danneggiarla e ricostruisce i contatti dei Della Valle con uomini influenti del calcio per “tutelare” la squadra. La vittima e il sistema, a volte, abitano la stessa stanza.
In mezzo c’è il 1990, quando Firenze prende alla lettera l’idea di proprietà popolare. La Fiorentina perde con la Juventus la finale di Coppa Uefa e pochi giorni dopo i Pontello cedono Roberto Baggio ai bianconeri per circa 25 miliardi di lire. La città esplode: cariche, feriti, arresti. Un calciatore è cedibile per contratto, Firenze pretende che non lo sia. Al ritorno al Franchi Baggio non calcia un rigore (ha poi spiegato che era già stabilito che lo tirasse De Agostini), ma raccoglie una sciarpa viola lanciata dagli spalti. La fotografia resta più forte del mito corretto. Del resto, è l’epica a muovere gli eserciti, non la filologia.
Poi arriva Batistuta. Retrocede nel 1993 e resta, riporta la Fiorentina in A, segna duecento gol, buca l’Arsenal a Wembley nel 1999. Vince meno di quanto il suo talento prometta e forse per questo Firenze lo ama tanto: uno straniero diventa cittadino scegliendo anche la B. Con Rui Costa e Toldo riporta Firenze tra le grandi; la coda di quell’epoca arriva alla Coppa Italia del 2001. Un anno dopo resta il notaio.
Eppure, una delle immagini più fiorentine non è una vittoria né una rivolta. L’8 marzo 2018 diecimila persone riempiono Santa Croce per Davide Astori. Quando arriva la delegazione della Juventus, la piazza viola applaude Buffon, Chiellini, Allegri. Per qualche minuto la rivalità viene sospesa da qualcosa di più serio del calcio. Anche Astori veniva da fuori. Firenze lo aveva adottato, e non lo dimenticherà mai. I padri hanno cominciato a dare il suo nome ai loro figli: come per Napoli è stato Diego, un’altra città si costruisce il futuro facendo risuonare la memoria del capitano nelle culle.
Se c’è una differenza fra chi ha il viola stampato sul cuore e gli eterni rivali, gli strisciati senza colore, è la capacità di attendere. Loro, senza vittorie, smaniano. Stancamente, accidiosi, ma smaniano. I fiorentini no: esplodono per un’ombra di gioia, per un’aurora boreale che si scioglie in poche giornate di campionato o anche solo in pochi minuti; si saziano di felicità effimera, di attimi fuggenti, come quelle corse pazze di Pepito Rossi nella bolgia del Franchi il 20 ottobre 2013. Una rimonta passata alla storia, una specie di mito fondativo e omerico da far cantare agli aedi delle taverne di Santo Spirito e Santa Maria Novella, dell’Isolotto o di Gavinana. Quel campionato la Juve lo vinse? Chissenefrega, ai tifosi viola bastò poco, solo un minuto, ma che botta di dà.
Quel supplizio di carestie calcistiche interrotto senza preavviso, l’idea che il sublime possa sopraggiungere dall’imponderabile è ciò che fa sentire i tifosi viola proprietari di un destino comune, veri possessori di fede e dunque dell’identità stessa del club.
Rocco Commisso è morto nel gennaio 2026, sette mesi prima del centenario, lasciando il Viola Park e tre finali raggiunte e perdute. Gli è succeduto il figlio Giuseppe. Domani la Fiorentina compie cent’anni senza un trofeo dal 2001, con il Franchi nei cantieri e la città piena di bandiere. Ma su quelle bandiere non c’è mai davvero stato il nome di un proprietario. Perché la Fiorentina è di chi la ama e di chi da 100 anni la aspetta.
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