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Larissa Iapichino e l’oro agli Europei: da figlia di Fiona May a dea del salto in lungo, ora sono le altre a rincorrere lei

di Mario Neri
Larissa Iapichino e l’oro agli Europei: da figlia di Fiona May a dea del salto in lungo, ora sono le altre a rincorrere lei

A Birmingham la predestinata diventa finalmente se stessa: cadute, rivincite, amicizie e ambizioni nel ritratto della fiorentina che ha cambiato il proprio destino nella disciplina

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FIRENZE Atterra e la sabbia le esplode intorno. Larissa Iapichino si rialza, guarda il tabellone. 7,00. Primo salto. Poi comincia la parte più strana della sua serata: aspettare. Una dopo l’altra arrivano le altre. Hilary Kpatcha: 6,98. Agate de Sousa: 6,96. Jazmin Sawyers si spinge fino a 6,99, un centimetro appena. Malaika Mihambo, la donna che per anni ha abitato il piano superiore del lungo mondiale, campionessa olimpica e due volte del mondo, resta a 6,94. Larissa, 24 anni compiuti il 18 luglio, è sempre lì, dall’altra parte di quel numero tondo che nel lungo femminile è stato per anni una specie di confine psichico. «Di solito sono io a rincorrere, questa volta sono state le altre». Sorride, ma dentro quella frase c’è quasi tutta la sua storia. Per anni ha inseguito una misura, una medaglia, perfino un cognome.

May. Fiona May. Due titoli mondiali, due argenti olimpici, il 7,11 rimasto record italiano per quasi ventotto anni. Essere sua figlia ha significato nascere con un metro già appoggiato accanto alla culla. Quanto salta Larissa? Quanto saltava Fiona alla sua età? Quando la raggiungerà? «Tutti mi etichettavano come la predestinata, questo l’ho sofferto per i primi anni», ha raccontato. Anche perché Larissa ne è convinta: «Non c’è dubbio, i geni sono molto buoni: ma il 70 per cento di ciò che sono è dovuto all’esperienza, solo il 30 al Dna». Per salire sull’Olimpo devi fare una fatica tremenda, non basta essere figli di una dea per esserlo anche tu.

A luglio, a Eugene, quel metro l’ha finalmente spostato: 7,12. Un centimetro più della madre. «Almeno non mi verrà più chiesto quando accadrà». E Fiona, al telefono: finalmente un’ex primatista. Fuori dalla pedana Larissa è molto meno oracolare. È una ragazza fiorentina, parla un italiano preciso con la c aspirata, studia Giurisprudenza all’Università di Firenze e vuole occuparsi anche dei diritti degli atleti. Contratti, maternità, tutele. Codici, esami, amici, libri. Poi mette le chiodate della Diadora - nere e gialle come le indossava Roberto Baggio - e cambia lessico. La rincorsa diventa il suo territorio mitologico: quindici passi, velocità, asse di battuta, volo. Un’Ippolita contemporanea, amazzone senza cintura magica ma con un body da gara che ha contribuito a disegnare, perché per lei «lo sport è una forma d’arte».

A Birmingham, per una notte, anche una Nike moderna: non quella immobile dei musei, però. Una dea che deve correre forte prima di poter volare a conquistarsi la vittoria. Non è sempre volata. Nel 2021 un infortunio al piede le porta via Tokyo mentre sembra destinata a bruciare tutto. Nel 2022 ai Mondiali di Eugene esce in qualificazione. Nel 2023 torna su, argento europeo indoor, quinta ai Mondiali, tre vittorie in Diamond League. A Roma 2024 è argento; a Parigi quarta, nove centimetri dal bronzo. «Quasi mi viene da dire che non ho creduto abbastanza in me stessa».

Nel 2025 vince l’Europeo indoor, supera finalmente i sette metri, conquista per la seconda volta la finale di Diamond League. Poi a Tokyo, Mondiali all’aperto: 6,56, eliminata. «Sono sotto choc, è come se stessi vivendo in un incubo». La predestinata scopre che il destino, nello sport, non firma cambiali. Ed è proprio da lì che la ragazza ha ricominciato a costruirsi. Nel 2026 arriva l’argento mondiale indoor a Torun. Poi Eugene e quel 7,12 che taglia almeno il cordone statistico con Fiona. Lei, però, rifiuta il matricidio sportivo: «Questa avventura inizia con Fiona e continua con me: è un passaggio di testimone».

Birmingham è il capitolo successivo e perfino il luogo sembra scritto apposta. L’Inghilterra della famiglia materna, Derby a un’ora di distanza, parenti sugli spalti. Ma quando suona l’inno Larissa mette la mano sul cuore per l’Italia. Intorno, le dee sono diventate colleghe. Sawyers nel 2023 le aveva tolto l’oro europeo indoor per tre centimetri; stavolta perde per uno. «Uno a uno, palla al centro», scherza Larissa. Mihambo è stata per anni la misura della perfezione, quella che le ragazze del lungo guardavano in televisione. A Birmingham arriva quinta e Iapichino la consola: per lei resta «una dea che ha avuto solo una giornata storta».

È il paradosso della nuova Larissa: la dea può ancora venerare le proprie dee. Solo che adesso le batte. E infatti dopo l’oro riesce perfino a essere scontenta. «Non è stata la gara che volevo, io pretendo moltissimo da me stessa». Sette metri al primo salto, titolo europeo, e pensa a quello che non è venuto dopo. Tre anni fa diceva che il sette era «il muro da abbattere», una misura da non trasformare in ossessione. Adesso ci abita. Questo cambia tutto: il numero che prima inseguiva è diventato il punto da cui le altre devono partire per cercarla. A Birmingham Sawyers prende la rincorsa per l’ultimo tentativo. Non basta. Kpatcha fa nullo. Mihambo è già fuori dal podio. Larissa può smettere di aspettare.

Si inginocchia nella sabbia, le mani unite, gli occhi in alto. Pentesilea, Ippolita, Nike: scegliete pure il vostro mito. Lei, con la sua "c” aspirata, probabilmente la ridurrebbe a qualcosa di più semplice. Sette metri. E questa volta, dietro, tutte le altre.

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