Urbanistica, lo scontro si allarga. Categorie in campo con la giunta. Se la “guerra dei mondi” rischia di bruciare la città
Le associazioni difendono le scelte e attaccano le critiche “di censo”, mentre il confronto si polarizza. Ma se la discussione si riduce a uno scontro identitario, il rischio è di perdere la capacità di governare trasformazioni rapide e strutturali.
FIRENZE. A un certo punto, nella commedia urbanistica fiorentina, sono entrate in scena le categorie. E non in punta di piedi. Con un comunicato unitario – Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti – hanno deciso di intervenire nel dibattito sulle trasformazioni della città. Non per chiedere prudenza, ma per invocare scelte. E per bacchettare, neanche troppo tra le righe, chi da settimane chiede moratorie, varianti di salvaguardia, stop selettivi.
«Firenze ha bisogno di scelte che guardino avanti», scrivono. Le imprese «vivono di una città che cresce, che si muove, che è accessibile e fruibile, non di una città ferma». E ancora: «È innegabile l’utilità del collegamento Pistoiese-Rosselli». Le infrastrutture, spiegano, sono «condizione necessaria» per una città moderna. Fin qui, legittimo. Poi arriva la parte più politica. «Riteniamo poco accettabili posizioni espresse sulla base del censo (peraltro presunto)». E ancora: «Firenze non è più da tempo patrimonio esclusivo di pochi».
È la stessa linea comunicativa scelta da Palazzo Vecchio: trasformare il confronto urbanistico in uno scontro simbolico tra élite nostalgiche e città reale. La sindaca ha invitato i nobili a discutere in via Baracca, ricordando che «non esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B». Un frame perfetto: periferie contro salotti, inclusione contro aristocrazia. Tecnica narrativa basica, ma efficace. L’antinomia, lo scontro manicheo. Tipico dei sistemi epici, ohibò.
Solo che il rischio è di fare del dibattito una caricatura. Perché tra i critici non ci sono soltanto doppi cognomi e signore con cappello. Ci sono architetti, urbanisti, ex amministratori, studiosi. E soprattutto c’è una questione che va oltre il censo: quale modello di sviluppo si sta consolidando? Le categorie parlano di «polemiche sterili». Il presidente della Camera di commercio, Massimo Manetti, invita a «ritrovare armonia» e a fare «gioco di squadra», prendendo esempio dal tavolo sugli affitti brevi annunciato dalla sindaca: «Un patto per impostare un lavoro condiviso per il bene della città». Metodo concertativo, spirito inclusivo.
Ma la concertazione è sempre inclusiva? O è inclusiva finché non mette in discussione l’asse di fondo delle scelte? Nella città dei guelfi e ghibellini, l’appello-difesa delle categorie assomiglia anche un po’ allo scudo offerto dalle corporazioni al potere che le tutela perché da esse è garantito. Un patto antico, aggiornato alla modernità delle conferenze stampa.
Massimo Torelli, portavoce di Salviamo Firenze x viverci, risponde con una domanda che pesa: «A loro va bene un modello di partecipazione che esclude la cittadinanza, limitata alle stanze del palazzo?». E poi affonda: «Aspettiamo un loro parere sulla mega colata di cemento prevista per l’Ogr. O il confronto con l’amministrazione richiede silenzio sui temi caldi?».
Qui il tono cambia. Non è più aristocrazia contro periferia. È conflitto tra visioni. Torelli lo dice anche sul piano infrastrutturale: «Se si sviluppa la tramvia, perché anche una strada? Se sono cambiate le priorità lo si dica». Non è un’obiezione ideologica. È una richiesta di coerenza. Nel frattempo, l’architetto Paolo Desideri ha definito, sul Corriere Fiorentino, i critici “umarells incompetenti”. L’espressione è brillante, ma racconta anche una certa insofferenza verso il dissenso. E ricorda quella vecchia tentazione, molto italiana e molto di sinistra, di liquidare le critiche come passatismo, nostalgia, incompetenza.
Eppure, la posta in gioco è più alta di una schermaglia tra corporazioni e aristocrazie. Firenze sta attraversando un ciclo di trasformazioni accelerato: infrastrutture, aree ex pubbliche, studentati, interventi di rigenerazione. Il capitale globale ha messo gli occhi sulla città, e la città ha risposto aprendo cantieri. Il problema non è se crescere o restare fermi. È capire come crescere e per chi. «Firenze non è patrimonio esclusivo di pochi», dicono le categorie. Verissimo. Ma quei pochi, oggi, sono soprattutto soggetti finanziari che agiscono su scala internazionale. Se il dibattito si riduce a nobili contro popolo, si rischia di perdere di vista l’asimmetria vera.
Nel frattempo, a Palazzo Vecchio, la sindaca ha convocato un summit domenicale della maggioranza sull’urbanistica. Un segnale che qualcosa si muove, almeno sul piano politico. Potrebbe essere un momento di riflessione vera. O potrebbe essere l’ennesimo giro di comunicati. Amministrare una città-magma, sottoposta a pressioni globali e locali insieme, non è semplice. Ma ridurre il confronto a un derby tra élite e periferie rischia di essere una scorciatoia comunicativa. Funziona nel breve periodo. Rafforza il campo. Mobilita le categorie. Nel lungo periodo, però, una città non si governa con le etichette. Si governa con l’ascolto, con il metodo, con la capacità di correggere. Anche quando le critiche sono fastidiose. Anche quando arrivano da chi un tempo stava dall’altra parte del tavolo.
Firenze, in fondo, non è né patrimonio dei nobili né terreno di conquista delle imprese. È un organismo complesso, fragile, sottoposto a mutazioni rapide. E il compito della politica non è soltanto difendere una visione, ma testarla nella realtà, accettando che il magma non si comanda con le soluzioni granitiche, ma con una visione flessibile. Il rischio è che bruci la città.
