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Il caso

Empoli, medico colpito da infarto. Il tribunale: «Colpa del troppo stress»

di Danilo Renzullo
Il tribunale fiorentino
Il tribunale fiorentino

I giudici accolgono il ricorso di un medico dell’ospedale San Giuseppe. Il malore al termine della pandemia da Covid-19: «Troppe pressioni»

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EMPOLI. Per esigenze organizzative e per “responsabilità professionale” è stato costretto ad aumentare le ore trascorse in reparto, a prolungare i turni e ad incrementare le ore lavorative notturne. Fino all’aprile 2021, quando un medico (65 anni all’epoca dei fatti) impiegato nell’unità operativa complessa di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Giuseppe di Empoli è stato colpito da un infarto, «con necessità di ricovero e trattamento in ambito specialistico cardiologico», che ha portato gli specialisti della medicina del lavoro a «consigliare di collocare il paziente in una situazione lavorativa protetta da fattori stressogeni di natura occupazionale».

Un malore che, secondo il lavoratore, è stato indotto a seguito della fase emergenziale causata dalla pandemia da Covid-19 che ha portato anche l’ospedale di Empoli ad una completa riorganizzazione della struttura sanitaria con l’apertura, nella prima fase (marzo-giugno 2020) di un secondo reparto di terapia intensiva-rianimazione con 10 posti letto aggiuntivi, e nella seconda fase della pandemia (settembre 2020-aprile 2021), di altri reparti di terapia intensiva-rianimazione con posti letto aggiuntivi.

Il contesto

Insieme alle altre attività (relative agli impegni ordinari e di urgenza delle sale operatorie e di consulenza per i vari reparti dell’ospedale), i medici rianimatori erano passati dal dover gestire 12 posti letto di terapia intensiva-rianimazione, alla gestione di 22 posti letto nel periodo da marzo a giugno 2020 e di 28 posti letto nel periodo da ottobre 2020 ad aprile 2021, «aumentando il lavoro straordinario fino a 23 ore mensili, oltre a dover lavorare a ritmi assai più elevati».

Il tribunale

Una condizione che, inevitabilmente, ha portato ad un incremento dei «livelli di stress occupazionale», culminati con un infarto nel caso del medico che, successivamente, ha deciso di presentare un’istanza per il riconoscimento della malattia professionale. Una domanda rigettata dall’Azienda sanitaria in quanto è da «escludere l’esistenza di un nesso causale tra il rischio lavorativo cui è stato esposto e la malattia denunciata». Una posizione invece ribaltata dal Tribunale di Firenze – sezione lavoro – al quale il lavoratore si è rivolto per il riconoscimento della malattia professionale, accolta dai giudici fiorentini con una riformulazione sostanziale. Perché, sulla base della relazione del Ctu, il Tribunale ha riconosciuto quel malore come infortunio sul lavoro riconoscendo al medico un indennizzo per danno biologico.

La relazione

Secondo la relazione, infatti, «l’emergenza sanitaria avutasi in quel periodo, ha sottoposto il personale sanitario, impegnato in prima linea, ad una indubbia azione “stressogena” per vari motivi, quali: consapevolezza dei rischi correlati al contagio, il sovraccarico emotivo dovuto all’esposizione agli agenti patogeni, la paura di essere contagiati e di contagiare pazienti e familiari, il contatto con la morte, lo stigma sociale dovuto alla maggiore esposizione alla malattia» e inoltre «la gestione dell’emergenza sanitaria ha richiesto agli operatori sanitari un cambiamento sostanziale nel lavoro per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, relazionali e relativi alla sicurezza». Tutti aspetti «ritenuti in grado di portare ad un sovraccarico emotivo e fisico, collegato a condizioni di stress psicofisico, teoricamente in grado di poter avere un impatto sulla salute». 

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