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Famiglia toscana bloccata sotto le bombe con il figlio di 8 mesi: «Sentiamo esplosioni, siamo abbandonati»

di Giacomo Bertelli

	La famiglia bloccata a Doha
La famiglia bloccata a Doha

Samuel e Francesca, rimasti bloccati a Doha con il loro bimbo, raccontano giorni di paura tra boati notturni, assistenza incerta e un piano di evacuazione che li costringerebbe a viaggiare in pieno conflitto

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CERTALDO. Il sogno di una vacanza in Thailandia si è trasformato in un incubo sospeso tra le vetrate di un hotel di lusso e il boato della contraerea. Per una famiglia certaldese, Samuel Spera e Francesca Valentina Diana, assieme a loro figlio di 8 mesi, il rientro verso casa si è fermato alle 12 sulla pista dell’aeroporto di Doha, proprio nel momento in cui il cielo del Qatar si è riempito di scie luminose e deflagrazioni. L’atterraggio è avvenuto nel caos dell’inizio della guerra tra Usa, Israele e Iran. Dopo alcune ore, la macchina organizzativa della compagnia aeroportuale ha preso il controllo, smistando centinaia di passeggeri negli hotel della città. «Siamo arrivati in albergo verso le 20 – raccontano –. Il primo giorno è stato il più difficile. Non sapevamo cosa aspettarci, poi abbiamo sentito i primi boati. Ci siamo affacciati alle vetrate e abbiamo visto i missili intercettati in volo». Da quel momento, la routine è scandita dalle esplosioni: «I boati si sentono tutti i giorni, specialmente la notte. Il personale dell’hotel cerca di rassicurarci, perché i boati sono lontani, ma la tensione è costante, soprattutto perché con noi c’è un bambino di otto mesi».

La denuncia sulla mancanza di assistenza diplomatica

Mentre la compagnia aerea garantisce vitto e alloggio, il fronte diplomatico appare, agli occhi dei connazionali, fragile e distante. «L’ambasciata italiana non ci ha mai contattato – denunciano –. Siamo stati noi a doverli cercare, nonostante fossimo regolarmente registrati su Viaggiare Sicuri. Le linee sono intasate, abbiamo impiegato quasi mezza giornata per far sapere chi eravamo e dove». Ma è la soluzione prospettata nelle ultime ore a scatenare la rabbia: un piano di evacuazione via terra che appare come un salto nel buio. «Ci hanno proposto un passaggio verso l’Arabia Saudita con un pullman privato. Otto ore di viaggio attraverso un territorio in guerra, quando contemporaneamente ci dicono di non uscire dagli hotel per sicurezza. Dovremmo pagarci il visto, comprarci un nuovo biglietto e sperare di trovare un volo in Arabia Saudita, dove comunque le disponibilità sono pochissime. Non è un problema di soldi, noi vogliamo solo tornare a casa, ma vorremmo una soluzione sicura».

L’incertezza dei voli e la richiesta di un corridoio sicuro

Al momento, i primi voli civili disponibili da Doha non sembrano essere confermati prima del 9 marzo. Per chi viaggia con un neonato, l’idea di affrontare un deserto sotto il fuoco incrociato non è un’opzione percorribile. La richiesta è un intervento che garantisca un corridoio aereo protetto o, quantomeno, un’assistenza diplomatica che non lasci il peso di decisioni rischiose sulle spalle dei cittadini bloccati.

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