Ballottaggi in Toscana, ai punti è una vittoria della sinistra: ma la destra ha battuto due colpi – L’analisi
A Viareggio vince Sara Grilli, ad Arezzo il centrodestra. Il bilancio: campo largo avanti nella tornata, ma il Granducato è ormai contendibile
Ogni tornata elettorale è come gettare un occhio dentro a un caleidoscopio: un’agitatina al tubo e ognuno vede quel che vuol vedere. Al ballottaggio delle amministrative sono bastati i 160 voti con cui la candidata Sara Grilli, civica di destra, ha battuto la rivale del campo largo, per far parlare di «Toscana sempre meno rossa» (copyright Francesco Michelotti, deputato e coordinatore regionale di Fratelli d’Italia). La concomitante sconfitta nell’unico capoluogo in ballo, Arezzo, sospinge la narrazione del segretario regionale Pd, Emiliano Fossi, verso i più vellutati lidi dell’«analisi attenta», ma comunque all’interno di «una tornata positiva per il centrosinistra». Di fronte a questo fisiologico tiro della fune, sarà meglio rifugiarsi nei numeri per avere un’idea più chiara. O almeno meno confusa.
A urne svuotate, dei 20 comuni in palio 12 saranno amministrati dal centrosinistra, uno da una lista civica di area progressista, due dal centrodestra, tre da liste civiche di area conservatrice e due da liste civiche propriamente dette.
Pochi sono i comuni che hanno cambiato segno, soltanto due tra quelli più rilevanti. Il campo largo porta a casa lo scalpo più importante, quello del capoluogo Pistoia, andato al voto in anticipo per l’elezione di Alessandro Tomasi in consiglio regionale, dopo due sconfitte consecutive. A Prato, il plebiscito che ha eletto Matteo Biffoni, ha confermato l’orientamento a sinistra della città, capace di resistere agli scandali giudiziari che hanno colpito la giunta della predecessora Ilaria Bugetti. Ma per vincere, lì, è stato necessario ricorrere a un campione assoluto di preferenze, dimostrando due cose, una per ogni schieramento: il ricambio del ceto politico a sinistra è minimo e va a rilento; mentre la destra fatica a creare una classe dirigente, e conseguente proposta politica, che sfondi dove gli avversari sono radicati.
Per la coalizione raccolta attorno al partito di Giorgia Meloni, il risultato più eccitante è proprio quello di Viareggio. Dove però la vittoria è più del sempiterno (ormai ex) sindaco Giorgio Del Ghingaro, deus ex machina del successo di Grilli. La neo sindaca ha corso con l’appoggio del centrodestra, che però non ha schierato nessun simbolo di partito da queste parti. Nemmeno quello dell’ammiraglia Fratelli d’Italia.
La vittoria di Arezzo, attesa quasi quanto la sconfitta di Prato, è comunque un buon segnale di continuità: dieci anni di amministrazione di centrodestra non sono stati scalfiti da un candidato pur radicato come il piddino Vincenzo Ceccarelli.
Avendo perso un capoluogo, però, per l’alleanza meloniana parlare di fine dell’egemonia rossa pare un po’ azzardato. La situazione è di parità, cinque a cinque. E in questa tornata le aree demograficamente più rilevanti sono andate al campo largo.
Il feticcio del ribaltone è comprensibilmente un ritornello che la destra intona da anni. Finora il colpo grosso - la presa della Regione - è sempre fallito. Ma la contendibilità, di quella che con un pigro anacronismo si continua a chiamare “Toscana rossa”, è realtà. E non da oggi.
Un bilancio: ai punti questa tornata elettorale la vince il centrosinistra, abbastanza nettamente, ma le vittorie di Arezzo e Viareggio fanno segnare una sconfitta onorevole per il centrodestra. Che nel prossimo biennio avrà più da perdere, dovendo difendere i fortini di Pisa e Grosseto, i prossimi capoluoghi chiamati alle urne.
Il fronte elettorale rimane liquido e in movimento. Quella che continua ad avanzare, inesorabile, è l’informe divisione dell’astensione, in crescita anche in questo ballottaggio (+6,4% a Viareggio, +6,2% ad Arezzo, rispetto al primo turno). Anche quella sarebbe visibile nel caleidoscopio. Basta volerla vedere.
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