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Pisa, ragazza uccisa con 54 coltellate: stop alla revisione del processo


	Pino Cobianchi
Pino Cobianchi

L’omicida condannata voleva una nuova testimonianza. Veruska Vason venne ammazzata da Elisabetta Burchielli e da Pino Cobianchi, il “killer delle prostitute”

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PISA. È una storia che riaffiora dal passato, questa. Con il suo carico di violenza, degrado e dolore. Una vicenda che riporta all’omicidio nel 2006 di Veruska Vason, una ragazza di 28 anni che si trovava in un momento di grande fragilità.

Un delitto per il quale fu condannato a trent’anni Pino Cobianchi, il killer delle prostitute giudicato colpevole (con la pena dell’ergastolo) anche di altri tre omicidi tra Coltano e Madonna dell’Acqua e poi morto suicida in carcere a Milano nel 2012.

Per l’uccisione di Veruska, nel 2008, la Corte d’Assise condannò a 22 anni e sei mesi anche la complice di Cobianchi, la 58enne cascinese Elisabetta Burchielli. Proprio quest’ultima sta provando a intentare la strada della revisione del processo. per cancellare la sentenza ormai passata in giudicato: la Corte d’Assise prima e la Cassazione poi hanno però per il momento stoppato questo tentativo.

Rapine e omicidi

Cobianchi è il perno intorno al quale ruota tutta la vicenda. Un’infanzia difficile, negli orfanotrofi milanesi. Poi, nel 1978, l’omicidio di un “ragazzo di vita” vicino al velodromo Vigorelli. Dopo 26 anni di carcere accede alla semilibertà e si trasferisce a Pisa. Qui dà il via a una serie di rapine, facendosi chiamare “Robin Hood”: rubare ai ricchi per dare ai poveri, insomma. Ma anche tralasciando il territorio al confine tra realtà e complottismo nel quale si muoveva (dirà di avere informazioni sui misteri d’Italia, dalla strage di Bologna al delitto Biagi), i suoi interessi non si fermavano qui: era infatti attivo nel mondo della prostituzione, lungo la direttrice dell’Aurelia, da Coltano fino a Migliarino.

E proprio in questo mondo maturarono i quattro delitti per il quale fu condannato. I primi tre risalgono al 2003 ed ebbero come vittime tre prostitute di 21, 24 e 23 anni. Tre anni dopo, l’omicidio di Veruska, sparita il 19 gennaio del 2006. Particolare non da poco: Cobianchi, sempre desideroso di mettersi al centro dell’attenzione, da anni contattava la redazione del Tirreno. E lo fece anche dopo la sparizione di Veruska, spiegando che era una sua amica e che non riusciva più a rintracciarla. Così, quando il corpo venne ritrovato il 19 marzo a Coltano – dove Cobianchi lavorava in semilibertà – rapidamente il cerchio si strinse intorno a lui, che si accusò del delitto con un’altra lettera al giornale. Le indagini portano poi a riaprire i casi del 2003: anche in questo caso, stavolta con una lettera anonima, Cobianchi si era dichiarato colpevole per il primo omicidio.

I complici

La particolarità del delitto del 2006 è la presenza di complici. Secondo la ricostruzione cristallizzata nelle sentenze, Veruska – madre di una bambina e da tempo in rotta con la famiglia – fu vittima di un tentativo di truffa. Cobianchi si offrì di aiutarla a trovare una casa in affitto, mettendola in contatto con un commercialista per una falsa busta paga. A impersonare il segretario dell’inesistente commercialista fu Simone Morgantini, all’epoca convivente della Burchielli: entrambi erano già stati complici di Cobianchi in alcune rapine. I tre chiesero mille euro alla ragazza, ma l’accordo non andò in porto e si trasformò in tragedia: Veruska venne uccisa da Cobianchi e Burchielli con 54 coltellate, mentro Morgantini collaborò solo a occultare il cadavere (avrebbe poi patteggiato 5 anni e due mesi).

La revisione (difficile)

Burchiello ha sempre sostenuto di non essere presente nel momento dell’omicidio. Per questo i suoi legali si sono mossi per arrivare a una revisione della sentenza di condanna. Una procedura eccezionale, che può giustificarsi solo in caso siano emersi nuovi elementi non presi in considerazione nei processi. Secondo gli avvocati di Burchielli sarebbe stato essenziale chiamare a deporre, con un incidente probatorio (cioè una sorta di anticipazione del dibattimento) proprio Morgantini. L’uomo, infatti, durante il processo si avvalse della facoltà di non rispondere in quanto imputato in procedimento connesso. Furono dunque acquisiti gli interrogatori del pm e – soprattutto – un’intercettazione con la convivente nella quale ripeteva che lui non sapeva cosa avesse fatto la Burchielli la notte dell’omicidio e che si era recato sul luogo del delitto solo tre giorni più tardi.

Sia la Corte d’Assise di Pisa in primo grado ad aprile che la Cassazione pochi giorni fa hanno però rigettato la richiesta di far testimoniare Morgantini: secondo i giudici, infatti, non potrebbe aggiungere niente di nuovo a quanto emerso nel processo. E così la via della revisione si fa decisamente più impervia.

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