Il voto
Grosseto, droga e deruba partner occasionali: «Non sapevo di avere un processo»
Condannata in primo grado, ottiene la revoca. Cassazione: Appello da rifare
GROSSETO. Adesca partner occasionali, li stordisce con i farmaci e li deruba, viene quindi arrestata e condannata e finisce in carcere. Mentre si trova in cella, però, viene giudicata colpevole di accuse identiche ma in un altro processo, del quale – dirà alla Corte d’Appello – lei non sapeva nulla; motivo per cui i giudici annullano tutto. Una decisione contestata dalla stessa avvocatura dell’organo di secondo grado, che si rivolge alla Cassazione e “vince”: quella valutazione dev’essere riveduta.
C’è ben poco di lineare nella storia di Barbara Andreica, anche se in rete si presentava come “Carla 38”, romena sedicente ungherese, all’epoca residente a Firenze e arrestata a Roma, finita di nuovo nei guai per il procedimento nel quale era imputata per aver adescato, stordito e derubato un uomo a Gavorrano.
Luglio 2013. Andreica è in una casa nel comune minerario e offre al suo partner una bevanda in cui ha sciolto del sonnifero. L’uomo si sveglia in ospedale due giorni dopo, lei nel frattempo è sparita insieme a 150 euro che erano nel borsello e altri 350 sul tavolo della cucina, un anello in oro con diamanti, due bracciali in metallo e una catena in oro giallo, un diamante solitario da 800 euro, una macchina fotografica da 1.000 euro, quattro riproduzioni di pistole d’epoca.
Agosto 2013. La donna ricompare al tavolo di un noto locale capitolino per un aperitivo con un avvocato e un secondo uomo, che – lei non lo sa – è un ispettore di polizia, che la fa bloccare dagli agenti del commissariato Monte Mario; anche perché è sospettata di una decina di colpi in mezza Italia, anche ai danni di legali e medici.
Luglio 2015. Andreica è stata condannata in primo grado e, dopo un passaggio alla Corte d’Appello di Roma, finisce a Rebibbia. Ed è in cella che riceve l’avviso di conclusione indagini proprio per i fatti di Gavorrano, ma – e qui sta il nodo – non il decreto che dispone il giudizio.
Luglio 2018. Il tribunale di Grosseto condanna l’imputata a due anni di reclusione per lesioni (l’intossicazione del partner) e rapina aggravata, e mille euro di multa. Nel processo Andreica non era rappresentata dal difensore di fiducia, che aveva rinunciato al mandato a dicembre, ma da un legale d’ufficio. Lei non era presente perché – appunto – non aveva ricevuto il decreto, e si rivolge alla Corte d’Appello di Firenze.
Gennaio 2026. I giudici accolgono le sue istanze: tra permanenza in carcere e rinuncia del mandato, la donna non avrebbe avuto conoscenza del procedimento a suo carico, con tutto quello che ciò comporta. Revocata la sentenza della toga maremmana. La decisione però viene contestata dalla stessa avvocatura dell’organo di secondo grado, che si rivolge alla Cassazione.
Aprile 2026, sentenza pubblicata pochi giorni fa. La Suprema Corte ritiene che i giudici fiorentini non abbiano approfondito a sufficienza: ricorso accolto, ordinanza annullata e caso Barbara Andreica a nuovo giudizio; ma in un’altra Sezione.
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